martedì 11 aprile 2017

Memorie di un giovane emigrante




Questa è la storia di un giovane emigrante di Sorifa che s'imbarcò per l’Argentina ad appena diciotto anni.  Andrea Leonardi è nato nell’anno 1933, da Rinaldo e Assunta Antonelli, la quale poi morì a causa di un altro parto. Il sogno del ragazzo, che non era nato per fare il contadino, era quello di poter studiare e conseguire un diploma tecnico, poiché era appassionato in modo particolare di meccanica. Alcune circostanze avverse o forse il destino determinarono invece che egli diventasse un “povero emigrante”, così come egli ebbe a definirsi. Fece il cameriere e l’operaio generico in Argentina e poi per diversi anni in Francia  nelle fonderie , prima  di potersi stabilire nell’amata capitale  della  “madrepatria” .
Qui vogliamo raccontare la sua avventura nell’emisfero sud del mondo che per alcuni aspetti è commovente e divertente nello stesso tempo. Dunque, sembrava  che suo padre avesse acconsentito di farlo proseguire con gli studi, seppur  in ritardo, ma poi forse per complicati problemi familiari, fu deciso che questo ragazzo partisse per l’ Argentina. Nel dopoguerra questo paese esercitava ancora una buona attrazione per chi voleva emigrare, specialmente per gli italiani del nord-ovest (piemontesi e liguri ), infatti anche da Nocera partirono diverse famiglie .
            Ora proviamo a immaginare le impressioni di questo ragazzo, che abita in un paese di montagna, povero come'è povera quasi tutta l’ Italia dei primi anni 50, un paese che vive di agricoltura, dove transita una autovettura al giorno, cioè solo  la corriera o la macchina del medico, in un paese dove non esiste una radio tranne che quella del parroco, dove il treno non passa e la  bicicletta e il carro agricolo sono ancora  i mezzi più usati.
Immaginiamo questo giovane che fa un lungo viaggio in treno, che si trova davanti all'imponente visione del porto di Genova, con i grandi transatlantici e petroliere. Certo, non è questo un fatto nuovo e inusuale, infatti, già alla fine dell’ ottocento molta gente del suo paese in cerca di pane e lavoro, più che di sogni di ricchezza, si era imbarcato a Genova o a Napoli per approdare nelle Americhe.  Tra questi qualcuno ritornò in patria con qualche risparmio, qualcuno vi si stabilì, qualcuno vi fece fortuna o successo. Ma questo avvenne solo nel Nordamerica, mentre il Sudamerica e specialmente l’Argentina  poteva offrire ben poco.
Andrea sulla bici con Silvano
Il caso di Andrea è un po’ diverso. Egli aveva altre aspettative qui in patria, e non sapeva neanche esattamente perché partiva o dovesse partire, era per lui quasi un salto nel buio. La preparazione dei documenti per espatriare fu lunga e complicata. Due volte dovette andare al consolato argentino a Roma, e una volta a Genova per prendere accordi con la compagnia di navigazione. Siccome Andrea era minorenne, non poteva viaggiare ed espatriare se non accompagnato da un famigliare o persona adulta che se ne facesse garante. Questa persona la trovò proprio nel suo paese, il quarantaduenne Michele Leonardi che era cognato di un suo zio paterno.  Michele era in procinto di partire per l’Argentina, su richiesta dello zio anzidetto (Lorenzo Leonardi, detto Dirice). Andrea si accodò al parente e amico di famiglia anche per sbrigare le pratiche per l’emigrazione. Siccome Michele non aveva figli e portava lo stesso cognome di Andrea, all’occorrenza, avrebbe perfino potuto dichiarare che questi era il suo figlio adottivo.
            Al porto di Genova furono accompagnati dal padre di Andrea (Rinaldo) e dal fratello di Michele anch'egli di nome Rinaldo. S’imbarcarono sulla nave Santa Cruz (Santa Croce) di bandiera argentina alle 4 del pomeriggio. Andrea non precisa la data esatta, ma doveva essere l’estate del 1951.  All’alba del giorno dopo la nave fece scalo a Barcellona, dove vennero  imbarcate merci e molti giovani spagnoli diretti in  Argentina. Dopo due giorni passarono lo stretto di Gibilterra e Andrea, vedendo scomparire l’Europa dalla sua vista, già cominciò  a sentire la nostalgia del suo paese. Fu a questo punto che si rese conto che l’Argentina era troppo, infinitamente lontana, quasi dall’altra parte del mondo. Dopo altri quattro giorni giunsero a Dakar, capitale del Senegal.  Dice Andrea: “Io i neri li avevo già visti nel mio paese, gli afro-americani durante la guerra in Italia, ma questi non erano così neri come i neri  d’ Africa” . Approfittò della sosta per fare una passeggiata nel continente nero fino alla città che non è molto distante dal porto. C’era una marea di africani ragazzi e adulti che si ammassava intorno ai viaggiatori per vendere le loro povere merci. Andrea notò che le luci pubbliche erano tutte gialle, come poi così le vide anni dopo anche in Francia; davano la sensazione che tutti gli uomini fossero dello stesso colore, cioè neri. Michele ridendoci osservò che questo lo facevano di proposito affinché tutti gli uomini apparissero neri.
            Nell’attraversare l’equatore si prepararono per l’abituale festa, ma quella notte il mare cominciò ad agitarsi notevolmente e durò fino a quando giunsero nella baia di Rio di Janeiro. Da Dakar a Rio undici giorni di navigazione. Rio de Janeiro apparve ad Andrea come una meraviglia, il luogo più affascinante del mondo. Osserva che a settembre (dunque ai tropici fine stagione invernale) la spiaggia di Copacabana era già piena di bagnanti.  Qui sostarono  una giornata e la stessa notte toccarono la città di  Santos, il porto di San Paolo, da dove si potevano scorgere i grattacieli della  grande metropoli.  Dice Andrea che fecero una grande abbuffata di banane, che per la verità non gli piacquero molto e “ per la prima volta vidi un nero che dava ordini ad un bianco.”
            Da Santos la nave giunse a Montevideo e qui ebbero la possibilità di fare un piccolo giro nella città. “ Dopo Montevideo ci rinchiusero in una stanza e ci dissero che al porto di Buenos Aires doveva venirci a prelevare il nostro richiedente; diversamente ci avrebbero ricondotto in patria e avremmo dovuto pagarci il viaggio di ritorno”.   Attraversarono il Rio de la Plata, ampio come un lago, con  impazienza,  e  quindi nella sera   cominciarono a scorgere  le luci di Buenos Aires. Furono fatti sbarcare e Andrea fu chiuso con altri in un grande locale in attesa della persona che venisse a prelevarlo. Infatti, alle due di notte vennero l’accompagnatore Michele e lo zio d’Argentina Lorenzo. Pernottarono in una piccola pensione gestita da piemontesi, dove quasi tutti i clienti erano italiani. Pochi giorni dopo Andrea andò a lavorare presso quel proprietario nella città balneare di Mar del Plata, dove questi possedeva anche un’altra pensione. In questa città per la prima volta mangiò i ravioli che non aveva mai conosciuto.
            Qui avvenne un fatto importante: in quel periodo fu ospite dell’albergo nientedimeno che una segretaria di Evita Duarte Peron, l’influente consorte del presidente argentino Juan Domingo  Peron.  La proprietaria dell’albergo parlò con questa segretaria del problema del giovane emigrante che soffriva di forte nostalgia e che non aveva la possibilità di far ritorno in patria.  La segretaria promise che ne avrebbe parlato a Evita, che certamente avrebbe fatto in modo di farlo  imbarcare  su una nave nazionale  che faceva la spola tra  Argentina ed Italia . Non se ne fece niente perché Evita poco tempo dopo si ammalò gravemente e morì nel mese di luglio del  1952. In seguito, Andrea andò a lavorare a Buenos Aires in un altro albergo i cui proprietari erano anch’essi piemontesi, e poi a Cordova in una piccola officina metalmeccanica che produceva pezzi di carrozzeria per la locale fabbrica della Mercedes. Qui a Cordova si trovava anche il compaesano Marsilio Mingarelli di Sorifa. Andrea cercò invano lavoro anche nella cittadina di Casilda (provincia di Santa Fè) con l’aiuto dello zio Lorenzo e del cugino Ennio Leonardi che là possedevano una piccola azienda agricola.
             L’obiettivo di Andrea era di guadagnare e mettere da parte una somma di denaro sufficiente per pagarsi il viaggio di  ritorno in Italia. Ma passavano i mesi e anche gli anni senza poter riuscire ad accumulare il denaro sufficiente per il  biglietto, perché i prezzi aumentavano vertiginosamente. Come egli racconta: “L’inflazione correva più veloce di me !” Purtroppo avvenne anche che fece un prestito ad un amico motociclista e perse definitivamente la somma di 1500 pesos che aveva saggiamente accumulato.  Aveva deciso di restare in Argentina solo pochi mesi, il tempo necessario per guadagnarsi il biglietto di ritorno. Erano passati ben tre anni, siamo alla fine del 1954, e il giovane emigrante non poteva ancora permettersi di tornare al suo paese. Come egli racconta, avvenne un fatto provvidenziale. Infatti, un cugino della sua defunta madre, con opportuni argomenti, fece un chiaro discorso a Rinaldo, padre di Andrea, in questi termini: “Vendi una vacca e fai tornare a casa quel ragazzo!” Rinaldo fece proprio così, e poi   si recò a Perugia presso un’agenzia che  provvedette a far  pervenire il biglietto di ritorno ad Andrea.
             Nel gennaio del 1955 Andrea sbarcò a Genova.  Dopo pochi mesi nel suo paese sperimentò ancora che proprio  non era tagliato per il  mestiere di agricoltore. Partì per il servizio militare e tentò inutilmente la carriera di sottufficiale nell’esercito. Decise quindi di espatriare di nuovo, questa volta in Australia, ma non ve ne fu la possibilità.  Apparve invece la possibilità di emigrare in Francia. Così fece, trovò occupazione in una delle molte fabbriche metallurgiche a Longvy, dove restò diversi anni. Si sposò con una ragazza umbra e la nacquero i suoi due figli Maurice e Rose-Anna. Nei primi anni settanta rientrò in Italia con tutta la famiglia avendo trovato un’occupazione più agevole a Roma.
             La permanenza del giovane Andrea in Argentina fu certamente un’esperienza difficile, ma in certo modo anche un’avventura piacevole ed emozionante. Ebbe modo di vedere grandi città, grandi paesaggi, come  le sconfinate pianure della Pampa. Ebbe perfino, e più di una volta, la grande emozione di volare su piccoli aerei e poter ammirare dall’alto la vasta città di Buenos Aires, la cittadina di Casilda, e l’imponente Sierra de Cordoba che gli fece ricordare le sue montagne. Una volta volò con il marito della sua cugina Dina Leonardi, il quale possedeva un piccolo aereo che usava per il trasporto di turisti e per il lancio di volantini pubblicitari. Era a Casilda con il cugino Ennio detto Leni quando udì da questi la curiosa espressione usata per incitare il cavallo: Alè  Chiche, allarga il passo !” Stranezze delle lingue.  Michele ebbe a osservare: “ Mi dà l’impressione che questi parlano come i figli piccoli “. Evidentemente così suonò alle orecchie di Michele la lingua spagnola parlata in Argentina appena giunto in quel paese.
            Andrea racconta di un compaesano che lavorava nell’imbottigliamento del vino di marca Toro a Mar del Plata: si trattava di Bino Ansuini (1921) di Le Prata, anche lui emigrato in quel paese pochi anni prima. Bino, avendo anch'egli costatato le magre possibilità offerte da quel paese, riuscì a rimpatriare con la sua numerosa famiglia alla fine degli anni Sessanta. Durante il viaggio di ritorno per mare, Andrea, poté rivedere le stesse città, Montevideo, Santos, Rio de Janeiro. La nave fece scalo anche alle isole Canarie; Andrea non sapeva se fosse in una terra europea o africana, ma già si sentiva quasi a casa. Nel porto di quelle isole ebbe occasione anche di prendere una sonora fregatura.  Si ricordò del fratello Ezio rimasto in Italia e pensò di portargli un piccolo regalo. Da un venditore del porto acquistò un bell’orologio che poi sulla nave mostrava con compiacimento. Un compagno di viaggio gli fece notare che era falso, infatti, apertolo, vide che all’interno mancava del tutto il meccanismo. Il venditore era un italiano e anche il prodotto proveniva dall’Italia.

             Andrea Leonardi aveva iniziato nell’anno 2008 a scrivere, con l’uso del computer, le sue memorie di emigrante, diciotto pagine dense, ma poi il lavoro fu interrotto  a causa di una grave malattia  che tuttora (2015) l’ affligge. Fino a pochi anni fa possedeva una'eccezionale memoria, parlava bene il francese, ricordava ancora il castegiano (lo spagnolo d’Argentina). Questo breve racconto è attinto principalmente dalle sue memorie orali e dal suo scritto originale.

La tragica vicenda di Paolo e Lello




Bartolomeo Armillei
Il repubblichino Guerrino  Quattrini, da qualche tempo, è prigioniero della squadra di Sandro presso la Serra di Mosciano, in comune di Nocera Umbra.  Dopo l’inizio del grande rastrellamento del 17 aprile 1944 é tenuto in custodia nella  grotta  “degli Angeli”, situata nelle  balze di Sorifa, dove si nascondono i due patrioti Paolo e Lello. Si tratta di una piccola cavità del volume di una cameretta, con accenni di concreazioni calcaree , a cui si accede a carponi da un ingresso  abbastanza angusto.  Il prigioniero era trattato relativamente bene, potremmo dire fin troppo bene, sia quando si trovavano nel paese di Serre di Mosciano, sia in quei tre giorni trascorsi in questo nascondiglio,  infatti mangiavano insieme quello che era  disponibile. Qui venivano riforniti da qualche benefattore di Sorifa, con suo grande rischio :  chi veniva a portare il cesto con le vettovaglie poteva essere visto   dal fascista prigioniero e poi individuato  al momento della rappresaglia. Uno di questi era  il quarantenne Domenico Gallina ,  che per sua fortuna  non venne  riconosciuto  poi  nella mattinata  quando  sulla piazza del paese tutti furono interrogati e minacciati.
            Verosimilmente il prigioniero  restava libero di muoversi dentro la grotta ,  e comunque non era bloccato  o ben assicurato neanche durante la notte; infatti, proprio nella mattina del 22 aprile, profittando della  distrazione o del sonno  dei suoi guardiani, il Quattrini  riesce a scappare e dopo alcune ore  ritorna con una squadra di tedeschi e fascisti . Questi incontrano sulla strada  Enrico Leonardi (1916) , che viene interrogato e condotto sul luogo chiamato  “piano”  affinché indicasse loro l’ esatta  ubicazione del nascondiglio. Dall’interno della grotta non sarebbe stato possibile udire voci di persone che si fossero trovate poco sopra  in prossimità delle balze, anche a causa del fragore delle cascate nella forra giù a valle, dove, essendo aprile, sicuramente scorreva acqua  abbondante. Una circostanza oggettiva e non secondaria è che quell’anno la stagione primaverile era in ritardo e quindi  i boschi erano ancora spogli; se questi fossero stati  già rinverditi, come lo possono essere a fine aprile , avrebbero  offerto ai patrioti più grandi possibilità di nascondersi e  di  sfuggire al rastrellamento della primavera 1944 , nonché di  organizzare una valida  guerriglia sulle montagne umbro-marchigiane.
            Nonostante il prudente tergiversare di Enrico Leonardi (così  come egli racconta )  il repubblichino   riesce ad orientarsi e a trovare il  punto di accesso alla grotta. Il Quattrini in testa, un altro fascista  e un soldato tedesco cominciano a scendere  il breve e scomodo sentiero che conduce all’ entrata della grotta. Come si è detto,  la  cavità è di modeste dimensioni e tale che,  una   bomba a mano che fosse stata gettata all’ interno avrebbe prodotto effetti micidiali.  Si sente gridare: “Eccoli, ci sono! Uscite fuori!” Escono con le mani alzate i due partigiani che vi si trovavano, il diciannovenne  Paolo Ferrari di Cremona  e  il venticinquenne Bartolomeo Armillei   detto “Lello”, di Sorifa .  Bartolomeo,  vista la situazione disperata, d’un balzo si getta al di sotto del dirupo prospiciente l’ ingresso della grotta ;  un salto di pochi metri , ma  molto insidioso per la natura del  terreno , infatti  nel cadere si rompe la schiena rimanendo  immobilizzato. Se fosse riuscito a superare lo sbalzo senza danni e senza essere colpito forse avrebbe avuto una possibilità di dileguarsi nella boscaglia e negli anfratti che offre il luogo delle balze.  Secondo l’ opinione di  alcuni  quello  non fu un realistico tentativo di fuga ,  ma una decisione suicida volta a  non cadere vivo nelle mani dei nazifascisti.
             Un soldato tedesco si recò  presso lo spaccio del paese per prelevare  “due uomini forti”, così disse .       Furono presi Domenico Mingarelli (1905-1978) e Amino Gallina ( 1908-1980), entrambi di Sorifa. Almeno quattro  uomini scesero  per recuperare il ferito   e riportarlo sul piano, seguendo   il sentiero del vecchio mulino. Nel gruppo gruppo era  lo stesso Enrico Leonardi  e Angelo Nati (  1919-1994).   Quest’ultimo racconta che Lello gli rivolse una pietosa richiesta: “Boccè, vamme a chiama’  mamma”. Un’ estrema richiesta che fu impossibile  esaudire, poiché tutti gli uomini del paese erano stati  radunati e tenuti sotto la minaccia delle armi . Profondamente sofferente alla schiena  implorava di  essere ammazzato subito.  Fu  trasportato presso lo spaccio di Sorifa  e interrogato. Dopo quest’ulteriore e  inutile violenza  venne ricondotto sul bordo delle  balze e fucilato a cento metri dal nascondiglio, nel posto dove oggi è visibile  un’ edicola in muratura. Falciato da una raffica proprio sul  ciglio delle balze  rotolò  lungo il ripido pendio  e il corpo esanime si fermò a pochi metri trattenuto dagli arbusti.
            Sembra che Lello ,  classe 1919, fosse  già stato chiamato al servizio militare, infatti nella foto veste  la divisa dell’ esercito, ma  che dopo qualche tempo   fosse  stato esonerato per motivi familiari, infatti  tre anni prima  ,  proprio  il 21 aprile 1941,  era nato il suo unico  figlio Carlo . Durante la guerra aveva lavorato presso gli stabilimenti militari di Scanzano di Foligno. Nelle poche foto esistenti Lello appare sempre con  la fisarmonica     in occasione delle feste di matrimonio che animava  con la sua musica.
            Prima del  fatto descritto sopra  la pattuglia  di nazi-fascisti fu vista tornare  verso lo spaccio di Sorifa  con il prigioniero Paolo.  Dalla finestra della propria casa  Santa Leonardi (1902-1978) e la figlia Rina Mingarelli (1936)  poterono vedere la squadra di soldati  che procedeva in fila indiana attraverso l’ aia della trebbiatura, dietro la loro abitazione. Poco dopo, dalla casa di Rinaldo  Leonardi (1906-2000) fu osservato  lo stesso gruppo   che proveniva dal ponte con il prigioniero Paolo, il quale  camminava a  piedi scalzi e con una mitragliatrice caricata sulle spalle. Rinaldo Muzi (1931-2013 ) ricorda  che  una volta Paolo  aveva regalato  al ragazzino di Sorifa ,  Sabatino Gallina,  una coccarda tricolore da mettere sulla giacca, e ricorda    che quella mattina Paolo stava poggiato ad un albero di noce davanti alla casa di Annetta,  capelli dritti e spettinati, irriconoscibile. Il giovane Paolo  fu condotto  attraverso il   Monte  Faeto in comune di Valtopina e la sera stessa fucilato   nella località    Santa Cristina .
  Dal racconto di  Angelo Mingarelli ( 1926-2015)  di Sorifa sappiamo   quanto segue. Un milite fascista gli ordinò  di andare a casa a prendere qualcosa da mangiare e  indumenti per coprirsi, poiché minacciava di piovere,  con l’ avvertimento che se non fosse tornato  subito sarebbero andati a prenderlo. Angelo Mingarelli, Basilio Mingarelli  (1925-1990)  Bino Ansuini ( 1921 ) e Agostino Capoccia  di Castiglioni  furono prelevati  in quel giorno 22 aprile  e dovettero accompagnare la squadra di tedeschi nel tragitto attraverso il Monte Faeto,  utilizzati come guide e anche come portatori. Paolo dovette  trasportare sulle spalle, a bisaccia, due casse di munizioni. Angelo  chiese ad un  repubblichino se poteva aiutarlo a portare il carico, ma  ricevette una secca risposta negativa. Presso la casetta Riboloni , sul Monte Stravignano, si radunano molti soldati. Lì fu trovato un letto che venne dato alle fiamme; era stato usato da  patrioti.  Quando si trovarono nella valle sita ai piedi del Monte Faeto Paolo chiese  ad Angelo, che aveva cominciato a mordere la sua pagnotta : Me ne dai un pezzetto? Giunsero nel paese di Giove, nel comune di Valtopina , dove  alcune donne si fecero incontro   al gruppo offrendo bicchieri di vino. A Paolo che non  desiderava  il vino (sicuramente la fame era più forte della sete di vino) un soldato  intimò di bere. In quel posto i tedeschi spararono un razzo di segnalazione. 
            Albina Ninassi di Pietro ( 1924) racconta di aver visto il gruppo arrivare all’ abitato  chiamato Il Poggio  e  di aver notato  Basilio Mingarelli che portava   un fagotto ed era tremante. In casa  Ninassi  entrò tutta la squadra   dove  mangiarono e bevvero , poi  entrarono anche nella casa della famiglia Pica; lì Paolo fu rivestito, poiché - dice Albina - aveva i vestiti pressoché stracciati. Risulta infatti che in quel periodo il  giovane vestiva  indumenti e stivali da carabiniere, frutto della razzia che i patrioti  mesi prima  avevano eseguito con un abile colpo di mano presso la caserma dei carabinieri di Gualdo Tadino.  Presso la chiesa di Santa Cristina  gli ordinarono di togliersi gli stivali, ed  egli se li tolse con i piedi ;  segno che  questi   erano stati calzati da poco e  lasciati aperti.
            Da Bino Ansuini   (1921) , testimone oculare , abbiamo la seguente testimonianza:fui  prelevato a Le Prata il 22 aprile   e condotto  a Santa Cristina  attraverso il monte  Faeto, con un sacco di munizioni caricato sulle spalle . Nella località  Santa  Cristina tutti riposarono seduti. Vidi  giungere sul posto un altro  gruppo di tedeschi che avevano catturato il patriota Angelo Biconne  di Nocera . Al  sottufficiale tedesco che gli si avvicinò Paolo indicò a gesti il proprio orologio, che gli venne  sfilato,   poi  ricevette una spinta e rotolò giù nella ripa; quindi ricevette prima un colpo, e poi una scarica.  Gli stivali furono riposti da un tedesco dentro lo zaino”.
Il giovane Paolo Ferrari
            Angelo racconta  che non poté   trattenere le lacrime  , mentre Basilio , più freddo,  lo consigliò energicamente di non  farsi veder piangere. Nella serata il parroco portò il povero corpo dentro la chiesa. Del fascista  Quattrini si conosce  molto poco, ma sembra  che provenisse  da Spoleto e che  dopo la guerra , in anni più recenti,   si fosse “imboscato” nella  città del Vaticano.  Nel Notiziario della Guardia Nazionale Repubblicana  del giorno 12 aprile si legge:  “Il 6 corrente, in Nocera Umbra (Perugia), due ribelli armati catturano di sorpresa Il milite Guerrino Quattrini, che si trovava in servizio nei pressi del mattatoio. Ed inoltre con data  7 maggio 1944 : Giunge solo ora notizia che il 21 aprile u.s., alle ore 9, in Nocera Umbra, il milite della G.N.R. Guerrino Quattrini, che nei primi giorni del mese di aprile era stato catturato da una banda di ribelli, eludendo la vigilanza degli stessi, riuscì a fuggire e a rientrare al proprio distaccamento”. Non si fa cenno alla cattura e fucilazione dei due patrioti.

            Il giovane Paolo ,   insieme a molti altri giovani della cittadina di  Calvatone, in provincia di Cremona,  erano stati presi in una retata dei fascisti ,  arruolati e subito inviati  verso il fronte di Cassino.  Come racconta  il compaesano Giulio Balestreri (1925), profittando di un bombardamento alleato su Foligno, questi cremonesi scapparono dal treno verso la montagna e quattro di essi pervennero poi nella zona di Sorifa,  dove    si stabilirono per alcuni mesi.
Paolo Ferrari, nato nell’agosto del 1925, aveva due sorelle  più  grandi ,  Rosanna e Luigina , ed   era un bel ragazzo che piaceva alle donne ; il suo aspetto dimostrava un’ età superiore a quella reale, come si può notare nella  foto in cui appare con una sigaretta in bocca.  Lavorava in una centrale elettrica,   nel tempo  libero  frequentava un  corso  di musica  e suonava il  clarino.
              La sorella  Luigina, che  dopo la guerra venne in Umbria per recuperare la salma ,ricorda che a Sorifa tutti gli abitanti  del paese  la invitavano  nella propria casa con molto calore. Da Pietro Paolo (1954),  figlio di Luigina e nipote di Paolo , riceviamo inoltre questa precisa informazione  :  “Nel 1950 vennero in Umbria   Mario Ferrari (1896-1971) e Luigina (1923-2012), padre e sorella di Paolo, per il recupero della salma e  definitiva sepoltura. Mia madre, a distanza di anni, mi raccontava del viaggio epico nel primo dopoguerra (camion invece di treni), e con commozione mi diceva dell'accoglienza fraterna ricevuta nei vostri luoghi”.
            La gente del paese, nel  commentare il tragico avvenimento, e cioè la cattura dei due partigiani  nella grotta , ha sempre messo in risalto l’ incredibile imprudenza di quei   giovani, i quali , dapprima si fecero scappare il prigioniero e, dopo la sua fuga , assurdamente restarono nel medesimo  nascondiglio, che divenne una trappola senza possibilità di scampo.  Qualcuno ipotizza  che  quella mattina  del 22 aprile   essi fossero stati   sorpresi appena svegli o addirittura nel sonno,   e che  forse  non si fossero ancora  accorti della fuga  del prigioniero. Da alcune circostanze e da un’attenta osservazione del luogo si può supporre che il fascista fosse scappato, non durante la notte, ma   alle prime luci dell’ alba.   Secondo la testimonianza di  Leni ( Ennio Leonardi di Sorifa ) , a causa  dello sbandamento e fuga dei partigiani  del   17 aprile ,  i capi  ( Cecconelli , Sandro )  avevano ordinato alla squadra di Sorifa l’ eliminazione del repubblichino. Evidentemente né il gruppo di  Rolando Buono, né i due custodi del prigioniero  si sentirono di eseguire quell’ ordine.
Le balze di Sorifa in territorio di Nocera Umbra


Melania e l' Andrea Doria


       
Melania Ansuini con la figlioletta Doria, madre e fratelli, in California
   L’Andrea Doria partì da  Genova alle ore 11 del 17 luglio 1956,  passò per Cannes e quindi poi  fu a Napoli  giovedì 18. Qui salirono a bordo molti emigranti del centro sud, tra cui la famiglia  Ansuini di Nocera Umbra.  Su questo disastro del mare, secondo solo a quello del Titanic del 1912, esistono molti racconti e pubblicazioni. Il più interessante e completo in lingua italiana è  quello di una piemontese trapiantata negli Stati Uniti  : Pierette Domenica Simpson, “ L’ ultima notte dell’ Andrea Doria”, Sperling  & Kupfer, 2006. Piera, l’autrice, era allora una bambina di otto anni che, insieme ai nonni, raggiungeva la propria madre negli Stati uniti, per stabilirvisi definitivamente. I nonni, immaginiamo con quale rimpianto, vendettero terra , attrezzi agricoli ed averi, nel lasciare il paesino in provincia di Torino dove abitavano. In particolare la nonna era restia ad abbandonare la casa e l’Italia, e  per di più aveva una spiccata paura dell’ acqua e del mare. Sopravvissero tutti al terribile incidente.
           Qui , oltre che a ricordare la grave sciagura ,  vogliamo accennare  alla disavventura  della famiglia Ansuini che proveniva dal paesetto di Le Prata in comune di Nocera Umbra.  Così risulta dai registri : Imbarcati a Napoli: Mr  Domenico Ansuini  , Mrs Giulia Ansuini , Figlia  Melania 19 anni, Figlio Filippo 12 anni, Figlio Pasquale  10 anni, 25 luglio 1956, mercoledì, h 23:10.  Il capitano Calamai annotò sul libro di bordo un totale di  1.134 passeggeri, di cui 190 in prima  classe, 267 in cabin class  e 677 in classe turistica, 401 tonnellate di merci varie, 9 automobili, 520 pezzi di bagaglio e 1754 sacchi di posta. Una delle automobili nel garage aveva il valore di 100.000 dollari, prototipo realizzato  a mano dalla carrozzeria Ghia in Italia   su commissione  della  Chrysler . Sulla nave viaggiavano oltre agli emigranti italiani, anche diversi stranieri, italo-americani, uomini d’affari e di spettacolo.
            L'Andrea Doria fu costruita nei cantieri Ansaldo di Sestri, Genova, e varata nel 1951. Poteva trasportare 1241 passeggeri e 575 uomini di equipaggio. Era lussuosa sin dal minimo dettaglio delle sue strutture ed era considerata la portabandiera delle Linee Italia. A bordo il jet set dell'epoca, e le sue stive erano sempre piene delle merci più disparate. La lussuosa nave da crociera era lunga 210 m e larga circa  27. Stazzava 29.000 tonnellate, con dieci ponti, e undici compartimenti stagni lungo l’intera lunghezza della nave. Era equipaggiata con due turbine sviluppanti 50.000 cavalli necessarie per far girare le due eliche a tre pale, ciascuna del peso di 16 tonnellate. Era fornita inoltre di barche di salvataggio sufficienti per trasportare 2000 persone, di un sistema antincendio sofisticatissimo ed equipaggiata di radar.
              Alle 23:22 del 25 luglio 1956, nel corso della sua centounesima  traversata, mentre navigava attraverso una densa nebbia,  di fronte a New York e a sud  dell’ isola di Nantucket,  entrò in collisione con la nave da crociera svedese, Stockholm dalla prua rinforzata. Il disastro non ha una logica spiegazione. Esso poteva e doveva essere facilmente evitato, ma la natura dei radar a bordo  di entrambe le navi fu misteriosamente trascurata. La Stockholm, anche se seriamente danneggiata dalla collisione e  con la prua completamente distrutta rimase a galla.  La Doria era invece  colpita a morte  e  subito cominciò ad imbarcare acqua.  La prua rinforzata della nave svedese era entrata dritta  nel fianco della Doria facendo uno squarcio di circa 20 metri di lunghezza.
            L’impatto  aveva perforato alcune camere stagne e il lungo squarcio fece entrare una grande quantità d’acqua nello scafo, provocando subito lo sbandamento di 20 gradi sulla sua destra. Le misure di sicurezza erano state previste per uno scafo in posizione verticale, la grande quantità d’acqua entrata passò lateralmente  sopra le porte stagne, causando il disastro.  Provvidenziale fu l'arrivo sul posto della nave da crociera francese Ile de France e altre navi che misero in salvo il  gran numero di naufraghi . Alle ore 04:30 l'ultimo passeggero viene tratto in salvo dalla nave cisterna Robert E. Hopkins.  Dei 1706 passeggeri a bordo, 46 persero la vita, quasi  tutti  a causa dell'impatto iniziale. A bordo dell’Andrea Doria non si ebbe subito la percezione dell’irreparabilità del danno patito. Lo stesso comandante Calamai, valoroso marinaio genovese , sperò per alcune ore che la nave potesse restare a galla e, chissà, venire rimorchiata a Boston o a New York.
             Il comportamento del comandante Calamai fu ammirevole in un contesto  altamente drammatico: lamenti, urla di aiuto di persone incastrate nelle cabine penetrate dallo Stockholm, passeggeri che cercavano di raggiungere affannosamente il ponte di coperta.  Alle ore 2,  Calamai, che cominciava a disperare, disse al suo secondo ufficiale, Guido Badano: «Se lei si salva, vada dai miei a Genova e dica che ho fatto tutto il possibile». Alle ore 4, ultimata l’opera di salvataggio, diede l'ordine di abbandonare la nave. Rimasero con lui dodici uomini. «Andate - disse loro -, resto io». «Se lei resta - replicò un ufficiale -, resteremo anche noi». Lo sbandamento della nave, intanto, aveva raggiunto i 40 gradi. Era chiaro che non c’era più niente da fare.  L’Île de France, imbarcati 576 passeggeri e 177 uomini dell’equipaggio, poco dopo le 6 del mattino del 26 luglio fece rotta verso New York.
             Interessante e drammatico è lo scambio di messaggi radio che seguì la collisione.  L’Andrea Doria  fortemente inclinata su di un fianco non è in grado di mettere in acqua  le scialuppe di salvataggio, e il capitano deve affannarsi per farlo capire ai possibili soccorritori, i quali, in sostanza dicono: calate le scialuppe , stiamo arrivando ! Riportiamo alcuni di questi messaggi che ovviamente erano in lingua inglese.
Nave privata William  Thomas: Noi stiamo  sette miglia a sud di Nantucket e procedendo verso vostra posizione”.
Andrea Doria: “You Hurry ! You Hurry ! Fate presto, fate presto !”
Ile de France:  11:54 -  “Capitano Andrea Doria, sto venendo a portarvi soccorso. Raggiungeremo la vostra posizione alle h  1:35  . State affondando ? Che specie di aiuto vi necessita , capitano ?”
Cape Ann: SOS Message :  “Doria vuole sbarcare 1500 tra passeggeri ed equipaggio.  Suggeriamo fortemente che voi abbiate tutte le lance di salvataggio pronte per l’ assistenza”.
Stockholm:  00:09 – “Fortemente danneggiati. La prua è interamente distrutta, il motore n°1 è pieno d’acqua. non possiamo spostarci dalla nostra posizione”.
 Andrea Doria  allo  Stockholm:  00:15 – “Voi siete ad un miglio da noi. Per favore, se possibile, venite immediatamente a prendere su i nostri passeggeri”.
 Stockholm ad Andrea Doria: 00:22 – “Calate le vostre scialuppe. Noi possiamo prendervi a bordo”.
Andrea Doria: h 00:35  -“Noi stiamo troppo  sbandati, inclinati. Impossibile calare le scialuppe. Per favore  mandate immediatamente le scialuppe”.
            La stampa , soprattutto  quella americana, prese subito una  posizione favorevole agli svedesi e  avversa agli italiani, attribuendo a questi  la responsabilità del disastro. Per quale motivo ? Per il luogo comune secondo cui  gli italiani sarebbero gente poco seria ? Per una forma di razzismo, oppure per la memoria della guerra fascista conclusasi   undici  anni prima ? Le inchieste e la lunga vicenda giudiziaria che  seguirono non approdarono ad una verità. Il complesso  gioco di interessi tra la società armatrice italiana, le compagnie di assicurazione e la società svedese portò ad un compromesso che pose fine alla vicenda e che non permise l’ accertamento  delle responsabilità.
             Il capitano Piero Calamai , che perfino rinunciò a difendersi, fu messo da parte e visse gli ultimi anni in solitudine. Quando negli anni settanta la storia fu chiarita e appurata la totale responsabilità della nave svedese Calamai  era già scomparso e quindi riabilitato solo post mortem. Piero Calamai (1897-1972)  aveva quaranta anni d’esperienza di mare, durante l’ ultimo conflitto era stato comandante di unità da guerra  e decorato. Alla guida della nave svedese in quel momento era invece  il  terzo ufficiale, Johan Carstens-Johannsen, ventisei anni,   mentre il capitano Nordenson  dormiva. Inesperto, interpretò male i segnali radar e fece valutazioni sbagliate, infatti,  deviò decisamente sulla sua destra credendo che la Doria si trovasse sulla sua sinistra; in tal modo  lo Stockholm  andò ad infilare la sua prua rinforzata nella pancia della nostra nave. Il comportamento dell’equipaggio della Doria fu a dir poco eccezionale. Il personale addetto fu capace di far funzionare i generatori di corrente nei locali già allagati e fortemente inclinati, assicurando in tal modo l’illuminazione fino all’ultimo momento; infatti quando la nave si inabissava le luci  erano ancora accese. A questo punto qualcuno potrebbe fare,  e ne sarebbe autorizzato,   un opportuno confronto tra questo caso e il recente  incredibile disastro  della Costa Concordia.

             Domenico Ansuini (1909-1997) , figlio di  Pasquale di  Le Prata , con tutta la famiglia, era diretto in California  per restarvi , là dove  si era stabilito molti  anni  prima il fratello Tommaso detto Massimino ( 1897-1964). Aveva lasciato i parenti e venduto le proprietà per vivere stabilmente in America. La figlia maggiore Melania,  diciannovenne, era una bellissima ragazza bruna,  il fratello pasquale aveva dieci anni e  l’altro fratello Filippo dodici.  Giovanni Vali (1929)  era originario di Sezze (LT), viaggiava sulla stessa nave ed  era diretto  ad Halifax, Canada, dove tornava dopo 4 anni. Lavorava in un'azienda di elettrodomestici.  Ad attendere la famiglia Ansuini  al porto di New York  era il parente Amedeo Muzi ( 1904 ) di Sorifa  con il figlio Roberto . Angelo Muzi , nipote di Amedeo, per l’ occasione restò a custodire la grossa fattoria che lo zio  aveva acquistato nei pressi di Old Forge, Pennsylvania.
            Giunsero qui  in serata  e  furono ospiti di Amedeo . Lo stesso Angelo racconta che Melania aveva abrasioni al petto, braccia e gambe e che subito giunsero offerte di privati, pubblicità e giornalisti. Poco tempo dopo la famiglia Ansuini prese il treno per la California , dove Domenico, grazie al fratello Massimino  trovò lavoro presso l’ industria alimentare Del Monte . La cronaca dell’ epoca dice :  “Melania perse la presa su di una corda di poppa e cadde nell’ oceano  e rimase incosciente nella caduta. Giovanni Vali saltò in mare per salvarle la vita. Otto mesi  dopo si sposarono”. La loro prima figlia fu  chiamata Doria.   Nel 1962  i coniugi Melania e Giovanni  presero un  ristorante che poi  tennero per più di venti anni, a San Josè presso San Francisco.  Giulia Armillei (1917-2007), moglie di Domenico Ansuini , tornò in Italia, da sola,  nel gennaio del 1964  e in quell’ occasione  ebbe a dire : “L’ America sta qui !”  Melania è tornata in Italia diverse volte, pochissime volte invece i fratelli Filippo e Pasquale.
            Quanto segue  è ciò che racconta Melania  nell’ anno  2012, in occasione della sua ultima   visita al paese natale,  alla studentessa  Alessandra Squarta ( vedi articolo pubblicato nel Quotidiano dell’ Umbria online il 22.8.2012 ). Melania ricorda che l’urto fu tremendo e che il rumore di lamiera trascinata fu avvertito nelle cabine  “Sembrava un terremoto, tutto tremava e nessuno sapeva cosa fosse successo “.  “…salite,  aggrappatevi alle corde e salite verso il lato opposto! Ma era impossibile non scivolare e la gente ricadeva giù. Ci avevano fatto togliere tutto, scarpe, oggetti ingombranti.”  Melania fu una delle prime persone a scendere, ma quando si aggrappò alla “grande fune”, come la chiama lei, forse svenne per il troppo spavento e scivolando finì a gambe e braccia all’aria nell’oceano: non ricordo proprio cosa ho provato in quel momento … sicuramente la paura non mi faceva pensare. Fui messa su una barca, mentre sopra di me vedevo la gente che aveva paura, paura  di morire nella nave e allora si gettava dall’alto verso di noi.” Afferma inoltre che non ricevettero nessun aiuto finanziario, ma due giorni dopo il naufragio la Croce Rossa arrivò in soccorso di tutte le famiglie, donando piatti, bicchieri, posate e oggetti simili.  “All’inizio la vita in California era dura,  fortunatamente papà trovò subito lavoro in un’azienda dove si producevano cetrioli sottaceto”.  
            Pasquale Ansuini, chiamato Pat ( gli Americani hanno la cattiva abitudine di ribattezzare  tutti e di storpiare i nomi originali), in anni recenti così racconta. “Udii il suono della nave  sibilare nella nebbia” ( si riferisce probabilmente alla nave svedese ). “ Mi trovavo nella cabina con mia madre e soffrivo  un po’ il mal di mare;  poi sentii l’ impatto” . Tutti gli allarmi entrarono in funzione e la porta della cabina restò bloccata a causa della collisione sul lato opposto della nave. In qualche modo la madre riuscì ad aprire la porta, ma  potette prendere  solo un giubbotto  di salvataggio siccome anche la porta di quel contenitore era bloccata. "Mamma mi afferrò e cominciammo ad andare su al ponte superiore, lottando contro una marea di gente che scendeva  a recuperare i propri averi nelle  cabine. Mamma fece un gran lavoro per portarci sul ponte principale”.

Pasquale Pat Ansuini
             A Pasquale tuttora  non piacciono gli ammassi di folla e li evita a tutti i costi. Una volta sul ponte principale, c’era un gran panico. I giovani ragazzi avevano indosso solo mutande o pantaloncini. Egli e sua madre cominciarono a cercare suo padre, il quale stava controllando la figlia maggiore Melania e il suo futuro marito che lei  incontrò  sulla nave ad un ballo  quando avvenne la collisione. Il  fratello Filippo era al cinema.  Riuscirono a localizzare suo padre e il fratello, ma non la sorella Melania e il suo corteggiatore. Il babbo diede al giovane Pasquale  il suo giubbotto di salvataggio, che appariva enorme  sul ragazzo di 10 anni. “La nave era fortemente inclinata e a tutti fu ordinato di andare verso il lato alto. Erano circa le h 11 di sera e tutti pregavano.” Dopo qualche tempo dal ponte il transatlantico  Ile de France apparve e proprio allora la nebbia cominciò ad alzarsi.” Fu una cosa emozionante” dice Pasquale. Quando essi raggiunsero il fianco più basso della nave, calarono giù una corda nelle scialuppe che attendevano, Giovanni Vali e Melania in una barca, Pasquale, Filippo e i genitori in un’altra. Pasquale racconta  che “La gente sulla nave Ile de France fu eccezionale.  Essi diedero alle persone vestiti e cibo. Noi osservammo l’ Andrea Doria che cominciava ad affondare dal ponte di questa nave”.