martedì 11 aprile 2017


La tragica vicenda di Paolo e Lello




Bartolomeo Armillei
Il repubblichino Guerrino  Quattrini, da qualche tempo, è prigioniero della squadra di Sandro presso la Serra di Mosciano, in comune di Nocera Umbra.  Dopo l’inizio del grande rastrellamento del 17 aprile 1944 é tenuto in custodia nella  grotta  “degli Angeli”, situata nelle  balze di Sorifa, dove si nascondono i due patrioti Paolo e Lello. Si tratta di una piccola cavità del volume di una cameretta, con accenni di concreazioni calcaree , a cui si accede a carponi da un ingresso  abbastanza angusto.  Il prigioniero era trattato relativamente bene, potremmo dire fin troppo bene, sia quando si trovavano nel paese di Serre di Mosciano, sia in quei tre giorni trascorsi in questo nascondiglio,  infatti mangiavano insieme quello che era  disponibile. Qui venivano riforniti da qualche benefattore di Sorifa, con suo grande rischio :  chi veniva a portare il cesto con le vettovaglie poteva essere visto   dal fascista prigioniero e poi individuato  al momento della rappresaglia. Uno di questi era  il quarantenne Domenico Gallina ,  che per sua fortuna  non venne  riconosciuto  poi  nella mattinata  quando  sulla piazza del paese tutti furono interrogati e minacciati.
            Verosimilmente il prigioniero  restava libero di muoversi dentro la grotta ,  e comunque non era bloccato  o ben assicurato neanche durante la notte; infatti, proprio nella mattina del 22 aprile, profittando della  distrazione o del sonno  dei suoi guardiani, il Quattrini  riesce a scappare e dopo alcune ore  ritorna con una squadra di tedeschi e fascisti . Questi incontrano sulla strada  Enrico Leonardi (1916) , che viene interrogato e condotto sul luogo chiamato  “piano”  affinché indicasse loro l’ esatta  ubicazione del nascondiglio. Dall’interno della grotta non sarebbe stato possibile udire voci di persone che si fossero trovate poco sopra  in prossimità delle balze, anche a causa del fragore delle cascate nella forra giù a valle, dove, essendo aprile, sicuramente scorreva acqua  abbondante. Una circostanza oggettiva e non secondaria è che quell’anno la stagione primaverile era in ritardo e quindi  i boschi erano ancora spogli; se questi fossero stati  già rinverditi, come lo possono essere a fine aprile , avrebbero  offerto ai patrioti più grandi possibilità di nascondersi e  di  sfuggire al rastrellamento della primavera 1944 , nonché di  organizzare una valida  guerriglia sulle montagne umbro-marchigiane.
            Nonostante il prudente tergiversare di Enrico Leonardi (così  come egli racconta )  il repubblichino   riesce ad orientarsi e a trovare il  punto di accesso alla grotta. Il Quattrini in testa, un altro fascista  e un soldato tedesco cominciano a scendere  il breve e scomodo sentiero che conduce all’ entrata della grotta. Come si è detto,  la  cavità è di modeste dimensioni e tale che,  una   bomba a mano che fosse stata gettata all’ interno avrebbe prodotto effetti micidiali.  Si sente gridare: “Eccoli, ci sono! Uscite fuori!” Escono con le mani alzate i due partigiani che vi si trovavano, il diciannovenne  Paolo Ferrari di Cremona  e  il venticinquenne Bartolomeo Armillei   detto “Lello”, di Sorifa .  Bartolomeo,  vista la situazione disperata, d’un balzo si getta al di sotto del dirupo prospiciente l’ ingresso della grotta ;  un salto di pochi metri , ma  molto insidioso per la natura del  terreno , infatti  nel cadere si rompe la schiena rimanendo  immobilizzato. Se fosse riuscito a superare lo sbalzo senza danni e senza essere colpito forse avrebbe avuto una possibilità di dileguarsi nella boscaglia e negli anfratti che offre il luogo delle balze.  Secondo l’ opinione di  alcuni  quello  non fu un realistico tentativo di fuga ,  ma una decisione suicida volta a  non cadere vivo nelle mani dei nazifascisti.
             Un soldato tedesco si recò  presso lo spaccio del paese per prelevare  “due uomini forti”, così disse .       Furono presi Domenico Mingarelli (1905-1978) e Amino Gallina ( 1908-1980), entrambi di Sorifa. Almeno quattro  uomini scesero  per recuperare il ferito   e riportarlo sul piano, seguendo   il sentiero del vecchio mulino. Nel gruppo gruppo era  lo stesso Enrico Leonardi  e Angelo Nati (  1919-1994).   Quest’ultimo racconta che Lello gli rivolse una pietosa richiesta: “Boccè, vamme a chiama’  mamma”. Un’ estrema richiesta che fu impossibile  esaudire, poiché tutti gli uomini del paese erano stati  radunati e tenuti sotto la minaccia delle armi . Profondamente sofferente alla schiena  implorava di  essere ammazzato subito.  Fu  trasportato presso lo spaccio di Sorifa  e interrogato. Dopo quest’ulteriore e  inutile violenza  venne ricondotto sul bordo delle  balze e fucilato a cento metri dal nascondiglio, nel posto dove oggi è visibile  un’ edicola in muratura. Falciato da una raffica proprio sul  ciglio delle balze  rotolò  lungo il ripido pendio  e il corpo esanime si fermò a pochi metri trattenuto dagli arbusti.
            Sembra che Lello ,  classe 1919, fosse  già stato chiamato al servizio militare, infatti nella foto veste  la divisa dell’ esercito, ma  che dopo qualche tempo   fosse  stato esonerato per motivi familiari, infatti  tre anni prima  ,  proprio  il 21 aprile 1941,  era nato il suo unico  figlio Carlo . Durante la guerra aveva lavorato presso gli stabilimenti militari di Scanzano di Foligno. Nelle poche foto esistenti Lello appare sempre con  la fisarmonica     in occasione delle feste di matrimonio che animava  con la sua musica.
            Prima del  fatto descritto sopra  la pattuglia  di nazi-fascisti fu vista tornare  verso lo spaccio di Sorifa  con il prigioniero Paolo.  Dalla finestra della propria casa  Santa Leonardi (1902-1978) e la figlia Rina Mingarelli (1936)  poterono vedere la squadra di soldati  che procedeva in fila indiana attraverso l’ aia della trebbiatura, dietro la loro abitazione. Poco dopo, dalla casa di Rinaldo  Leonardi (1906-2000) fu osservato  lo stesso gruppo   che proveniva dal ponte con il prigioniero Paolo, il quale  camminava a  piedi scalzi e con una mitragliatrice caricata sulle spalle. Rinaldo Muzi (1931-2013 ) ricorda  che  una volta Paolo  aveva regalato  al ragazzino di Sorifa ,  Sabatino Gallina,  una coccarda tricolore da mettere sulla giacca, e ricorda    che quella mattina Paolo stava poggiato ad un albero di noce davanti alla casa di Annetta,  capelli dritti e spettinati, irriconoscibile. Il giovane Paolo  fu condotto  attraverso il   Monte  Faeto in comune di Valtopina e la sera stessa fucilato   nella località    Santa Cristina .
  Dal racconto di  Angelo Mingarelli ( 1926-2015)  di Sorifa sappiamo   quanto segue. Un milite fascista gli ordinò  di andare a casa a prendere qualcosa da mangiare e  indumenti per coprirsi, poiché minacciava di piovere,  con l’ avvertimento che se non fosse tornato  subito sarebbero andati a prenderlo. Angelo Mingarelli, Basilio Mingarelli  (1925-1990)  Bino Ansuini ( 1921 ) e Agostino Capoccia  di Castiglioni  furono prelevati  in quel giorno 22 aprile  e dovettero accompagnare la squadra di tedeschi nel tragitto attraverso il Monte Faeto,  utilizzati come guide e anche come portatori. Paolo dovette  trasportare sulle spalle, a bisaccia, due casse di munizioni. Angelo  chiese ad un  repubblichino se poteva aiutarlo a portare il carico, ma  ricevette una secca risposta negativa. Presso la casetta Riboloni , sul Monte Stravignano, si radunano molti soldati. Lì fu trovato un letto che venne dato alle fiamme; era stato usato da  patrioti.  Quando si trovarono nella valle sita ai piedi del Monte Faeto Paolo chiese  ad Angelo, che aveva cominciato a mordere la sua pagnotta : Me ne dai un pezzetto? Giunsero nel paese di Giove, nel comune di Valtopina , dove  alcune donne si fecero incontro   al gruppo offrendo bicchieri di vino. A Paolo che non  desiderava  il vino (sicuramente la fame era più forte della sete di vino) un soldato  intimò di bere. In quel posto i tedeschi spararono un razzo di segnalazione. 
            Albina Ninassi di Pietro ( 1924) racconta di aver visto il gruppo arrivare all’ abitato  chiamato Il Poggio  e  di aver notato  Basilio Mingarelli che portava   un fagotto ed era tremante. In casa  Ninassi  entrò tutta la squadra   dove  mangiarono e bevvero , poi  entrarono anche nella casa della famiglia Pica; lì Paolo fu rivestito, poiché - dice Albina - aveva i vestiti pressoché stracciati. Risulta infatti che in quel periodo il  giovane vestiva  indumenti e stivali da carabiniere, frutto della razzia che i patrioti  mesi prima  avevano eseguito con un abile colpo di mano presso la caserma dei carabinieri di Gualdo Tadino.  Presso la chiesa di Santa Cristina  gli ordinarono di togliersi gli stivali, ed  egli se li tolse con i piedi ;  segno che  questi   erano stati calzati da poco e  lasciati aperti.
            Da Bino Ansuini   (1921) , testimone oculare , abbiamo la seguente testimonianza:fui  prelevato a Le Prata il 22 aprile   e condotto  a Santa Cristina  attraverso il monte  Faeto, con un sacco di munizioni caricato sulle spalle . Nella località  Santa  Cristina tutti riposarono seduti. Vidi  giungere sul posto un altro  gruppo di tedeschi che avevano catturato il patriota Angelo Biconne  di Nocera . Al  sottufficiale tedesco che gli si avvicinò Paolo indicò a gesti il proprio orologio, che gli venne  sfilato,   poi  ricevette una spinta e rotolò giù nella ripa; quindi ricevette prima un colpo, e poi una scarica.  Gli stivali furono riposti da un tedesco dentro lo zaino”.
Il giovane Paolo Ferrari
            Angelo racconta  che non poté   trattenere le lacrime  , mentre Basilio , più freddo,  lo consigliò energicamente di non  farsi veder piangere. Nella serata il parroco portò il povero corpo dentro la chiesa. Del fascista  Quattrini si conosce  molto poco, ma sembra  che provenisse  da Spoleto e che  dopo la guerra , in anni più recenti,   si fosse “imboscato” nella  città del Vaticano.  Nel Notiziario della Guardia Nazionale Repubblicana  del giorno 12 aprile si legge:  “Il 6 corrente, in Nocera Umbra (Perugia), due ribelli armati catturano di sorpresa Il milite Guerrino Quattrini, che si trovava in servizio nei pressi del mattatoio. Ed inoltre con data  7 maggio 1944 : Giunge solo ora notizia che il 21 aprile u.s., alle ore 9, in Nocera Umbra, il milite della G.N.R. Guerrino Quattrini, che nei primi giorni del mese di aprile era stato catturato da una banda di ribelli, eludendo la vigilanza degli stessi, riuscì a fuggire e a rientrare al proprio distaccamento”. Non si fa cenno alla cattura e fucilazione dei due patrioti.

            Il giovane Paolo ,   insieme a molti altri giovani della cittadina di  Calvatone, in provincia di Cremona,  erano stati presi in una retata dei fascisti ,  arruolati e subito inviati  verso il fronte di Cassino.  Come racconta  il compaesano Giulio Balestreri (1925), profittando di un bombardamento alleato su Foligno, questi cremonesi scapparono dal treno verso la montagna e quattro di essi pervennero poi nella zona di Sorifa,  dove    si stabilirono per alcuni mesi.
Paolo Ferrari, nato nell’agosto del 1925, aveva due sorelle  più  grandi ,  Rosanna e Luigina , ed   era un bel ragazzo che piaceva alle donne ; il suo aspetto dimostrava un’ età superiore a quella reale, come si può notare nella  foto in cui appare con una sigaretta in bocca.  Lavorava in una centrale elettrica,   nel tempo  libero  frequentava un  corso  di musica  e suonava il  clarino.
              La sorella  Luigina, che  dopo la guerra venne in Umbria per recuperare la salma ,ricorda che a Sorifa tutti gli abitanti  del paese  la invitavano  nella propria casa con molto calore. Da Pietro Paolo (1954),  figlio di Luigina e nipote di Paolo , riceviamo inoltre questa precisa informazione  :  “Nel 1950 vennero in Umbria   Mario Ferrari (1896-1971) e Luigina (1923-2012), padre e sorella di Paolo, per il recupero della salma e  definitiva sepoltura. Mia madre, a distanza di anni, mi raccontava del viaggio epico nel primo dopoguerra (camion invece di treni), e con commozione mi diceva dell'accoglienza fraterna ricevuta nei vostri luoghi”.
            La gente del paese, nel  commentare il tragico avvenimento, e cioè la cattura dei due partigiani  nella grotta , ha sempre messo in risalto l’ incredibile imprudenza di quei   giovani, i quali , dapprima si fecero scappare il prigioniero e, dopo la sua fuga , assurdamente restarono nel medesimo  nascondiglio, che divenne una trappola senza possibilità di scampo.  Qualcuno ipotizza  che  quella mattina  del 22 aprile   essi fossero stati   sorpresi appena svegli o addirittura nel sonno,   e che  forse  non si fossero ancora  accorti della fuga  del prigioniero. Da alcune circostanze e da un’attenta osservazione del luogo si può supporre che il fascista fosse scappato, non durante la notte, ma   alle prime luci dell’ alba.   Secondo la testimonianza di  Leni ( Ennio Leonardi di Sorifa ) , a causa  dello sbandamento e fuga dei partigiani  del   17 aprile ,  i capi  ( Cecconelli , Sandro )  avevano ordinato alla squadra di Sorifa l’ eliminazione del repubblichino. Evidentemente né il gruppo di  Rolando Buono, né i due custodi del prigioniero  si sentirono di eseguire quell’ ordine.
Le balze di Sorifa in territorio di Nocera Umbra


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