martedì 11 aprile 2017

Melania e l' Andrea Doria


       
Melania Ansuini con la figlioletta Doria, madre e fratelli, in California
   L’Andrea Doria partì da  Genova alle ore 11 del 17 luglio 1956,  passò per Cannes e quindi poi  fu a Napoli  giovedì 18. Qui salirono a bordo molti emigranti del centro sud, tra cui la famiglia  Ansuini di Nocera Umbra.  Su questo disastro del mare, secondo solo a quello del Titanic del 1912, esistono molti racconti e pubblicazioni. Il più interessante e completo in lingua italiana è  quello di una piemontese trapiantata negli Stati Uniti  : Pierette Domenica Simpson, “ L’ ultima notte dell’ Andrea Doria”, Sperling  & Kupfer, 2006. Piera, l’autrice, era allora una bambina di otto anni che, insieme ai nonni, raggiungeva la propria madre negli Stati uniti, per stabilirvisi definitivamente. I nonni, immaginiamo con quale rimpianto, vendettero terra , attrezzi agricoli ed averi, nel lasciare il paesino in provincia di Torino dove abitavano. In particolare la nonna era restia ad abbandonare la casa e l’Italia, e  per di più aveva una spiccata paura dell’ acqua e del mare. Sopravvissero tutti al terribile incidente.
           Qui , oltre che a ricordare la grave sciagura ,  vogliamo accennare  alla disavventura  della famiglia Ansuini che proveniva dal paesetto di Le Prata in comune di Nocera Umbra.  Così risulta dai registri : Imbarcati a Napoli: Mr  Domenico Ansuini  , Mrs Giulia Ansuini , Figlia  Melania 19 anni, Figlio Filippo 12 anni, Figlio Pasquale  10 anni, 25 luglio 1956, mercoledì, h 23:10.  Il capitano Calamai annotò sul libro di bordo un totale di  1.134 passeggeri, di cui 190 in prima  classe, 267 in cabin class  e 677 in classe turistica, 401 tonnellate di merci varie, 9 automobili, 520 pezzi di bagaglio e 1754 sacchi di posta. Una delle automobili nel garage aveva il valore di 100.000 dollari, prototipo realizzato  a mano dalla carrozzeria Ghia in Italia   su commissione  della  Chrysler . Sulla nave viaggiavano oltre agli emigranti italiani, anche diversi stranieri, italo-americani, uomini d’affari e di spettacolo.
            L'Andrea Doria fu costruita nei cantieri Ansaldo di Sestri, Genova, e varata nel 1951. Poteva trasportare 1241 passeggeri e 575 uomini di equipaggio. Era lussuosa sin dal minimo dettaglio delle sue strutture ed era considerata la portabandiera delle Linee Italia. A bordo il jet set dell'epoca, e le sue stive erano sempre piene delle merci più disparate. La lussuosa nave da crociera era lunga 210 m e larga circa  27. Stazzava 29.000 tonnellate, con dieci ponti, e undici compartimenti stagni lungo l’intera lunghezza della nave. Era equipaggiata con due turbine sviluppanti 50.000 cavalli necessarie per far girare le due eliche a tre pale, ciascuna del peso di 16 tonnellate. Era fornita inoltre di barche di salvataggio sufficienti per trasportare 2000 persone, di un sistema antincendio sofisticatissimo ed equipaggiata di radar.
              Alle 23:22 del 25 luglio 1956, nel corso della sua centounesima  traversata, mentre navigava attraverso una densa nebbia,  di fronte a New York e a sud  dell’ isola di Nantucket,  entrò in collisione con la nave da crociera svedese, Stockholm dalla prua rinforzata. Il disastro non ha una logica spiegazione. Esso poteva e doveva essere facilmente evitato, ma la natura dei radar a bordo  di entrambe le navi fu misteriosamente trascurata. La Stockholm, anche se seriamente danneggiata dalla collisione e  con la prua completamente distrutta rimase a galla.  La Doria era invece  colpita a morte  e  subito cominciò ad imbarcare acqua.  La prua rinforzata della nave svedese era entrata dritta  nel fianco della Doria facendo uno squarcio di circa 20 metri di lunghezza.
            L’impatto  aveva perforato alcune camere stagne e il lungo squarcio fece entrare una grande quantità d’acqua nello scafo, provocando subito lo sbandamento di 20 gradi sulla sua destra. Le misure di sicurezza erano state previste per uno scafo in posizione verticale, la grande quantità d’acqua entrata passò lateralmente  sopra le porte stagne, causando il disastro.  Provvidenziale fu l'arrivo sul posto della nave da crociera francese Ile de France e altre navi che misero in salvo il  gran numero di naufraghi . Alle ore 04:30 l'ultimo passeggero viene tratto in salvo dalla nave cisterna Robert E. Hopkins.  Dei 1706 passeggeri a bordo, 46 persero la vita, quasi  tutti  a causa dell'impatto iniziale. A bordo dell’Andrea Doria non si ebbe subito la percezione dell’irreparabilità del danno patito. Lo stesso comandante Calamai, valoroso marinaio genovese , sperò per alcune ore che la nave potesse restare a galla e, chissà, venire rimorchiata a Boston o a New York.
             Il comportamento del comandante Calamai fu ammirevole in un contesto  altamente drammatico: lamenti, urla di aiuto di persone incastrate nelle cabine penetrate dallo Stockholm, passeggeri che cercavano di raggiungere affannosamente il ponte di coperta.  Alle ore 2,  Calamai, che cominciava a disperare, disse al suo secondo ufficiale, Guido Badano: «Se lei si salva, vada dai miei a Genova e dica che ho fatto tutto il possibile». Alle ore 4, ultimata l’opera di salvataggio, diede l'ordine di abbandonare la nave. Rimasero con lui dodici uomini. «Andate - disse loro -, resto io». «Se lei resta - replicò un ufficiale -, resteremo anche noi». Lo sbandamento della nave, intanto, aveva raggiunto i 40 gradi. Era chiaro che non c’era più niente da fare.  L’Île de France, imbarcati 576 passeggeri e 177 uomini dell’equipaggio, poco dopo le 6 del mattino del 26 luglio fece rotta verso New York.
             Interessante e drammatico è lo scambio di messaggi radio che seguì la collisione.  L’Andrea Doria  fortemente inclinata su di un fianco non è in grado di mettere in acqua  le scialuppe di salvataggio, e il capitano deve affannarsi per farlo capire ai possibili soccorritori, i quali, in sostanza dicono: calate le scialuppe , stiamo arrivando ! Riportiamo alcuni di questi messaggi che ovviamente erano in lingua inglese.
Nave privata William  Thomas: Noi stiamo  sette miglia a sud di Nantucket e procedendo verso vostra posizione”.
Andrea Doria: “You Hurry ! You Hurry ! Fate presto, fate presto !”
Ile de France:  11:54 -  “Capitano Andrea Doria, sto venendo a portarvi soccorso. Raggiungeremo la vostra posizione alle h  1:35  . State affondando ? Che specie di aiuto vi necessita , capitano ?”
Cape Ann: SOS Message :  “Doria vuole sbarcare 1500 tra passeggeri ed equipaggio.  Suggeriamo fortemente che voi abbiate tutte le lance di salvataggio pronte per l’ assistenza”.
Stockholm:  00:09 – “Fortemente danneggiati. La prua è interamente distrutta, il motore n°1 è pieno d’acqua. non possiamo spostarci dalla nostra posizione”.
 Andrea Doria  allo  Stockholm:  00:15 – “Voi siete ad un miglio da noi. Per favore, se possibile, venite immediatamente a prendere su i nostri passeggeri”.
 Stockholm ad Andrea Doria: 00:22 – “Calate le vostre scialuppe. Noi possiamo prendervi a bordo”.
Andrea Doria: h 00:35  -“Noi stiamo troppo  sbandati, inclinati. Impossibile calare le scialuppe. Per favore  mandate immediatamente le scialuppe”.
            La stampa , soprattutto  quella americana, prese subito una  posizione favorevole agli svedesi e  avversa agli italiani, attribuendo a questi  la responsabilità del disastro. Per quale motivo ? Per il luogo comune secondo cui  gli italiani sarebbero gente poco seria ? Per una forma di razzismo, oppure per la memoria della guerra fascista conclusasi   undici  anni prima ? Le inchieste e la lunga vicenda giudiziaria che  seguirono non approdarono ad una verità. Il complesso  gioco di interessi tra la società armatrice italiana, le compagnie di assicurazione e la società svedese portò ad un compromesso che pose fine alla vicenda e che non permise l’ accertamento  delle responsabilità.
             Il capitano Piero Calamai , che perfino rinunciò a difendersi, fu messo da parte e visse gli ultimi anni in solitudine. Quando negli anni settanta la storia fu chiarita e appurata la totale responsabilità della nave svedese Calamai  era già scomparso e quindi riabilitato solo post mortem. Piero Calamai (1897-1972)  aveva quaranta anni d’esperienza di mare, durante l’ ultimo conflitto era stato comandante di unità da guerra  e decorato. Alla guida della nave svedese in quel momento era invece  il  terzo ufficiale, Johan Carstens-Johannsen, ventisei anni,   mentre il capitano Nordenson  dormiva. Inesperto, interpretò male i segnali radar e fece valutazioni sbagliate, infatti,  deviò decisamente sulla sua destra credendo che la Doria si trovasse sulla sua sinistra; in tal modo  lo Stockholm  andò ad infilare la sua prua rinforzata nella pancia della nostra nave. Il comportamento dell’equipaggio della Doria fu a dir poco eccezionale. Il personale addetto fu capace di far funzionare i generatori di corrente nei locali già allagati e fortemente inclinati, assicurando in tal modo l’illuminazione fino all’ultimo momento; infatti quando la nave si inabissava le luci  erano ancora accese. A questo punto qualcuno potrebbe fare,  e ne sarebbe autorizzato,   un opportuno confronto tra questo caso e il recente  incredibile disastro  della Costa Concordia.

             Domenico Ansuini (1909-1997) , figlio di  Pasquale di  Le Prata , con tutta la famiglia, era diretto in California  per restarvi , là dove  si era stabilito molti  anni  prima il fratello Tommaso detto Massimino ( 1897-1964). Aveva lasciato i parenti e venduto le proprietà per vivere stabilmente in America. La figlia maggiore Melania,  diciannovenne, era una bellissima ragazza bruna,  il fratello pasquale aveva dieci anni e  l’altro fratello Filippo dodici.  Giovanni Vali (1929)  era originario di Sezze (LT), viaggiava sulla stessa nave ed  era diretto  ad Halifax, Canada, dove tornava dopo 4 anni. Lavorava in un'azienda di elettrodomestici.  Ad attendere la famiglia Ansuini  al porto di New York  era il parente Amedeo Muzi ( 1904 ) di Sorifa  con il figlio Roberto . Angelo Muzi , nipote di Amedeo, per l’ occasione restò a custodire la grossa fattoria che lo zio  aveva acquistato nei pressi di Old Forge, Pennsylvania.
            Giunsero qui  in serata  e  furono ospiti di Amedeo . Lo stesso Angelo racconta che Melania aveva abrasioni al petto, braccia e gambe e che subito giunsero offerte di privati, pubblicità e giornalisti. Poco tempo dopo la famiglia Ansuini prese il treno per la California , dove Domenico, grazie al fratello Massimino  trovò lavoro presso l’ industria alimentare Del Monte . La cronaca dell’ epoca dice :  “Melania perse la presa su di una corda di poppa e cadde nell’ oceano  e rimase incosciente nella caduta. Giovanni Vali saltò in mare per salvarle la vita. Otto mesi  dopo si sposarono”. La loro prima figlia fu  chiamata Doria.   Nel 1962  i coniugi Melania e Giovanni  presero un  ristorante che poi  tennero per più di venti anni, a San Josè presso San Francisco.  Giulia Armillei (1917-2007), moglie di Domenico Ansuini , tornò in Italia, da sola,  nel gennaio del 1964  e in quell’ occasione  ebbe a dire : “L’ America sta qui !”  Melania è tornata in Italia diverse volte, pochissime volte invece i fratelli Filippo e Pasquale.
            Quanto segue  è ciò che racconta Melania  nell’ anno  2012, in occasione della sua ultima   visita al paese natale,  alla studentessa  Alessandra Squarta ( vedi articolo pubblicato nel Quotidiano dell’ Umbria online il 22.8.2012 ). Melania ricorda che l’urto fu tremendo e che il rumore di lamiera trascinata fu avvertito nelle cabine  “Sembrava un terremoto, tutto tremava e nessuno sapeva cosa fosse successo “.  “…salite,  aggrappatevi alle corde e salite verso il lato opposto! Ma era impossibile non scivolare e la gente ricadeva giù. Ci avevano fatto togliere tutto, scarpe, oggetti ingombranti.”  Melania fu una delle prime persone a scendere, ma quando si aggrappò alla “grande fune”, come la chiama lei, forse svenne per il troppo spavento e scivolando finì a gambe e braccia all’aria nell’oceano: non ricordo proprio cosa ho provato in quel momento … sicuramente la paura non mi faceva pensare. Fui messa su una barca, mentre sopra di me vedevo la gente che aveva paura, paura  di morire nella nave e allora si gettava dall’alto verso di noi.” Afferma inoltre che non ricevettero nessun aiuto finanziario, ma due giorni dopo il naufragio la Croce Rossa arrivò in soccorso di tutte le famiglie, donando piatti, bicchieri, posate e oggetti simili.  “All’inizio la vita in California era dura,  fortunatamente papà trovò subito lavoro in un’azienda dove si producevano cetrioli sottaceto”.  
            Pasquale Ansuini, chiamato Pat ( gli Americani hanno la cattiva abitudine di ribattezzare  tutti e di storpiare i nomi originali), in anni recenti così racconta. “Udii il suono della nave  sibilare nella nebbia” ( si riferisce probabilmente alla nave svedese ). “ Mi trovavo nella cabina con mia madre e soffrivo  un po’ il mal di mare;  poi sentii l’ impatto” . Tutti gli allarmi entrarono in funzione e la porta della cabina restò bloccata a causa della collisione sul lato opposto della nave. In qualche modo la madre riuscì ad aprire la porta, ma  potette prendere  solo un giubbotto  di salvataggio siccome anche la porta di quel contenitore era bloccata. "Mamma mi afferrò e cominciammo ad andare su al ponte superiore, lottando contro una marea di gente che scendeva  a recuperare i propri averi nelle  cabine. Mamma fece un gran lavoro per portarci sul ponte principale”.

Pasquale Pat Ansuini
             A Pasquale tuttora  non piacciono gli ammassi di folla e li evita a tutti i costi. Una volta sul ponte principale, c’era un gran panico. I giovani ragazzi avevano indosso solo mutande o pantaloncini. Egli e sua madre cominciarono a cercare suo padre, il quale stava controllando la figlia maggiore Melania e il suo futuro marito che lei  incontrò  sulla nave ad un ballo  quando avvenne la collisione. Il  fratello Filippo era al cinema.  Riuscirono a localizzare suo padre e il fratello, ma non la sorella Melania e il suo corteggiatore. Il babbo diede al giovane Pasquale  il suo giubbotto di salvataggio, che appariva enorme  sul ragazzo di 10 anni. “La nave era fortemente inclinata e a tutti fu ordinato di andare verso il lato alto. Erano circa le h 11 di sera e tutti pregavano.” Dopo qualche tempo dal ponte il transatlantico  Ile de France apparve e proprio allora la nebbia cominciò ad alzarsi.” Fu una cosa emozionante” dice Pasquale. Quando essi raggiunsero il fianco più basso della nave, calarono giù una corda nelle scialuppe che attendevano, Giovanni Vali e Melania in una barca, Pasquale, Filippo e i genitori in un’altra. Pasquale racconta  che “La gente sulla nave Ile de France fu eccezionale.  Essi diedero alle persone vestiti e cibo. Noi osservammo l’ Andrea Doria che cominciava ad affondare dal ponte di questa nave”. 

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