Melania e l' Andrea Doria
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| Melania Ansuini con la figlioletta Doria, madre e fratelli, in California |
Qui , oltre che a ricordare la grave sciagura
, vogliamo accennare alla disavventura della famiglia Ansuini che proveniva dal
paesetto di Le Prata in comune di Nocera Umbra. Così risulta dai registri : Imbarcati a
Napoli: Mr Domenico Ansuini , Mrs Giulia Ansuini , Figlia Melania 19 anni, Figlio Filippo 12 anni, Figlio
Pasquale 10 anni, 25 luglio 1956, mercoledì,
h 23:10. Il capitano Calamai annotò sul
libro di bordo un totale di 1.134
passeggeri, di cui 190 in
prima classe, 267 in cabin class e 677 in classe turistica, 401 tonnellate di merci
varie, 9 automobili, 520 pezzi di bagaglio e 1754 sacchi di posta. Una delle automobili
nel garage aveva il valore di 100.000 dollari, prototipo realizzato a mano dalla carrozzeria Ghia in Italia su commissione della Chrysler . Sulla nave viaggiavano oltre agli
emigranti italiani, anche diversi stranieri, italo-americani, uomini d’affari e
di spettacolo.
L'Andrea Doria fu
costruita nei cantieri Ansaldo di Sestri, Genova, e varata nel 1951. Poteva
trasportare 1241 passeggeri e 575 uomini di equipaggio. Era lussuosa sin dal minimo dettaglio delle sue strutture ed era considerata la portabandiera delle Linee Italia. A
bordo il jet set dell'epoca, e le sue stive erano sempre piene delle merci più
disparate. La lussuosa nave da crociera era lunga 210 m e larga circa 27. Stazzava 29.000 tonnellate, con dieci
ponti, e undici compartimenti stagni lungo l’intera lunghezza della nave. Era
equipaggiata con due turbine sviluppanti 50.000 cavalli necessarie per far
girare le due eliche a tre pale, ciascuna del peso di 16 tonnellate. Era
fornita inoltre di barche di salvataggio sufficienti per trasportare 2000 persone,
di un sistema antincendio sofisticatissimo ed equipaggiata di radar.
Alle 23:22 del 25 luglio 1956,
nel corso della sua centounesima traversata, mentre navigava attraverso una
densa nebbia, di fronte a New York e a
sud dell’ isola di Nantucket, entrò in collisione con la nave da crociera
svedese, Stockholm dalla prua rinforzata. Il disastro non ha una logica spiegazione. Esso poteva e
doveva essere facilmente evitato, ma la natura dei radar a bordo di entrambe le navi fu misteriosamente trascurata. La Stockholm , anche se
seriamente danneggiata dalla collisione e con la prua completamente distrutta rimase a galla. La Doria era invece colpita a morte e subito cominciò ad imbarcare acqua. La prua rinforzata della nave svedese era
entrata dritta nel fianco della Doria
facendo uno squarcio di circa 20 metri di lunghezza.
L’impatto aveva perforato alcune camere stagne e il
lungo squarcio fece entrare una grande quantità d’acqua nello scafo, provocando
subito lo sbandamento di 20 gradi sulla sua destra. Le misure di sicurezza
erano state previste per uno scafo in posizione verticale, la grande quantità
d’acqua entrata passò lateralmente sopra le porte stagne, causando il disastro. Provvidenziale fu l'arrivo sul posto della
nave da crociera francese Ile de France e altre navi che misero in salvo il gran numero di naufraghi . Alle ore 04:30 l'ultimo passeggero viene tratto in salvo dalla
nave cisterna Robert E.
Hopkins. Dei 1706 passeggeri
a bordo, 46 persero la vita, quasi tutti a causa dell'impatto iniziale.
A bordo dell’Andrea Doria non si ebbe subito la percezione dell’irreparabilità
del danno patito. Lo stesso comandante Calamai, valoroso marinaio genovese ,
sperò per alcune ore che la nave potesse restare a galla e, chissà, venire
rimorchiata a Boston o a New York.
Il comportamento del comandante Calamai fu
ammirevole in un contesto altamente drammatico:
lamenti, urla di aiuto di persone incastrate nelle cabine penetrate dallo Stockholm, passeggeri che cercavano di
raggiungere affannosamente il ponte di coperta. Alle ore 2, Calamai, che cominciava a disperare, disse al
suo secondo ufficiale, Guido Badano: «Se lei si salva, vada dai miei a Genova e
dica che ho fatto tutto il possibile». Alle ore 4, ultimata l’opera di
salvataggio, diede l'ordine di abbandonare la nave. Rimasero con lui dodici
uomini. «Andate - disse loro -, resto io». «Se lei resta - replicò un ufficiale -, resteremo
anche noi». Lo sbandamento della nave, intanto, aveva raggiunto i 40 gradi. Era
chiaro che non c’era più niente da
fare.
L’Île de France, imbarcati
576 passeggeri e 177 uomini dell’equipaggio, poco dopo le 6 del mattino del 26
luglio fece rotta verso New York.
Interessante e drammatico è lo scambio di messaggi
radio che seguì la collisione. L’Andrea
Doria fortemente inclinata su di un
fianco non è in grado di mettere in acqua
le scialuppe di salvataggio, e il capitano deve affannarsi per farlo
capire ai possibili soccorritori, i quali, in sostanza dicono: calate le
scialuppe , stiamo arrivando ! Riportiamo alcuni di questi messaggi che
ovviamente erano in lingua inglese.
Nave
privata William Thomas: “Noi stiamo sette miglia a sud di Nantucket e procedendo
verso vostra posizione”.
Andrea Doria: “You Hurry ! You
Hurry ! Fate presto, fate presto
!”
Ile de France:
11:54 - “Capitano
Andrea Doria, sto venendo a portarvi soccorso. Raggiungeremo la vostra
posizione alle h 1:35 . State affondando ? Che specie di aiuto vi
necessita , capitano ?”
Cape Ann: SOS Message : “Doria vuole sbarcare 1500 tra passeggeri ed
equipaggio. Suggeriamo fortemente che
voi abbiate tutte le lance di salvataggio pronte per l’ assistenza”.
Stockholm: 00:09 – “Fortemente danneggiati. La prua è
interamente distrutta, il motore n°1 è pieno d’acqua. non possiamo spostarci
dalla nostra posizione”.
Andrea
Doria allo Stockholm: 00:15 – “Voi siete ad un miglio da noi.
Per favore, se possibile, venite immediatamente a prendere su i nostri passeggeri”.
Stockholm ad
Andrea Doria: 00:22 – “Calate le vostre scialuppe. Noi possiamo prendervi a
bordo”.
Andrea
Doria: h 00:35 -“Noi stiamo
troppo sbandati, inclinati. Impossibile
calare le scialuppe. Per favore mandate
immediatamente le scialuppe”.
La stampa , soprattutto quella americana, prese subito una posizione favorevole agli svedesi e avversa agli italiani, attribuendo a
questi la responsabilità del disastro.
Per quale motivo ? Per il luogo comune secondo cui gli italiani sarebbero gente poco seria ? Per
una forma di razzismo, oppure per la memoria della guerra fascista conclusasi undici anni prima ? Le inchieste e la lunga vicenda
giudiziaria che seguirono non
approdarono ad una verità. Il complesso
gioco di interessi tra la società armatrice italiana, le compagnie di
assicurazione e la società svedese portò ad un compromesso che pose fine alla vicenda
e che non permise l’ accertamento delle
responsabilità.
Il capitano Piero Calamai , che perfino
rinunciò a difendersi, fu messo da parte e visse gli ultimi anni in solitudine.
Quando negli anni settanta la storia fu chiarita e appurata la totale
responsabilità della nave svedese Calamai era già scomparso e quindi riabilitato solo
post mortem. Piero Calamai (1897-1972)
aveva quaranta anni d’esperienza di mare, durante l’ ultimo conflitto
era stato comandante di unità da guerra
e decorato. Alla guida della nave svedese in quel momento era invece il
terzo ufficiale, Johan Carstens-Johannsen, ventisei anni, mentre il capitano Nordenson dormiva. Inesperto, interpretò male i segnali
radar e fece valutazioni sbagliate, infatti, deviò decisamente sulla sua destra credendo
che la Doria si trovasse sulla sua sinistra; in tal modo lo Stockholm
andò ad infilare la sua prua rinforzata nella pancia della nostra nave. Il
comportamento dell’equipaggio della Doria fu a dir poco eccezionale. Il personale
addetto fu capace di far funzionare i generatori di corrente nei locali già
allagati e fortemente inclinati, assicurando in tal modo l’illuminazione fino
all’ultimo momento; infatti quando la nave si inabissava le luci erano ancora accese. A questo punto qualcuno
potrebbe fare, e ne sarebbe autorizzato, un
opportuno confronto tra questo caso e il recente incredibile disastro della Costa Concordia.
Domenico Ansuini (1909-1997) , figlio di Pasquale di
Le Prata , con tutta la famiglia, era diretto in California per restarvi , là dove si era stabilito molti anni prima il fratello Tommaso detto Massimino (
1897-1964). Aveva lasciato i parenti e venduto le proprietà per vivere
stabilmente in America. La figlia maggiore Melania, diciannovenne, era una bellissima ragazza
bruna, il fratello pasquale aveva dieci
anni e l’altro fratello Filippo dodici. Giovanni Vali (1929) era originario di Sezze (LT), viaggiava sulla
stessa nave ed era diretto ad Halifax, Canada, dove tornava dopo 4 anni. Lavorava
in un'azienda di elettrodomestici. Ad
attendere la famiglia Ansuini al porto
di New York era il parente Amedeo Muzi (
1904 ) di Sorifa con il figlio Roberto .
Angelo Muzi , nipote di Amedeo, per l’ occasione restò a custodire la grossa fattoria
che lo zio aveva acquistato nei pressi
di Old Forge, Pennsylvania.
Giunsero qui in serata e
furono ospiti di Amedeo . Lo stesso Angelo racconta che Melania aveva
abrasioni al petto, braccia e gambe e che subito giunsero offerte di privati,
pubblicità e giornalisti. Poco tempo dopo la famiglia Ansuini prese il treno
per la California , dove Domenico, grazie al fratello Massimino trovò lavoro
presso l’ industria alimentare Del Monte . La cronaca dell’ epoca dice : “Melania perse la presa su di una corda di
poppa e cadde nell’ oceano e rimase
incosciente nella caduta. Giovanni
Vali saltò in mare per salvarle la vita. Otto mesi dopo si sposarono”. La loro prima figlia fu chiamata Doria. Nel 1962 i coniugi Melania e Giovanni presero un
ristorante che poi tennero per
più di venti anni, a San Josè presso San Francisco. Giulia Armillei (1917-2007), moglie di
Domenico Ansuini , tornò in Italia, da sola, nel gennaio del 1964 e in quell’ occasione ebbe a dire : “L’ America sta qui !” Melania è tornata in Italia diverse volte,
pochissime volte invece i fratelli Filippo e Pasquale.
Quanto segue è ciò che racconta Melania nell’ anno
2012, in occasione della sua ultima
visita al paese natale, alla
studentessa Alessandra Squarta ( vedi
articolo pubblicato nel Quotidiano dell’ Umbria online il 22.8.2012 ). Melania
ricorda che l’urto fu tremendo e che il rumore di lamiera trascinata fu
avvertito nelle cabine “Sembrava un
terremoto, tutto tremava e nessuno sapeva cosa fosse successo “. “…salite, aggrappatevi alle corde e salite verso il lato opposto! Ma era
impossibile non scivolare e la gente ricadeva giù. Ci avevano fatto togliere tutto,
scarpe, oggetti ingombranti.” Melania fu una delle prime persone a
scendere, ma quando si aggrappò alla “grande fune”, come la chiama lei, forse
svenne per il troppo spavento e scivolando finì a gambe e braccia all’aria
nell’oceano: “non ricordo proprio
cosa ho provato in quel momento … sicuramente la paura non mi faceva pensare. Fui
messa su una barca, mentre sopra di me vedevo la gente che aveva paura, paura
di morire nella nave e allora si gettava dall’alto verso di noi.” Afferma
inoltre che non ricevettero nessun aiuto finanziario, ma due giorni dopo il naufragio
la Croce Rossa
arrivò in soccorso di tutte le famiglie, donando piatti, bicchieri, posate e
oggetti simili. “All’inizio la vita in
California era dura, fortunatamente papà trovò subito lavoro in
un’azienda dove si producevano cetrioli
sottaceto”.
Pasquale Ansuini, chiamato Pat ( gli
Americani hanno la cattiva abitudine di ribattezzare
tutti e di storpiare i nomi originali),
in anni recenti così racconta. “Udii il
suono della nave sibilare nella nebbia” ( si riferisce probabilmente alla nave
svedese ). “ Mi trovavo nella cabina
con mia madre e soffrivo un po’ il mal
di mare; poi sentii l’ impatto” . Tutti gli allarmi entrarono in
funzione e la porta della cabina restò bloccata a causa della collisione sul
lato opposto della nave. In qualche modo la madre riuscì ad aprire la porta,
ma potette prendere solo un giubbotto di salvataggio siccome anche la porta di quel
contenitore era bloccata. "Mamma mi afferrò
e cominciammo ad andare su al ponte superiore, lottando contro una marea di
gente che scendeva a recuperare i propri
averi nelle cabine. Mamma fece un gran lavoro per portarci sul ponte
principale”.
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| Pasquale Pat Ansuini |
A Pasquale tuttora non piacciono gli ammassi di folla e li evita
a tutti i costi. Una volta sul ponte principale, c’era un gran panico. I
giovani ragazzi avevano indosso solo mutande o pantaloncini. Egli e sua madre
cominciarono a cercare suo padre, il quale stava controllando la figlia
maggiore Melania e il suo futuro marito che lei
incontrò sulla nave ad un
ballo quando avvenne la collisione.
Il fratello Filippo era al cinema. Riuscirono a localizzare suo padre e il
fratello, ma non la sorella Melania e il suo corteggiatore. Il babbo diede al
giovane Pasquale il suo giubbotto di
salvataggio, che appariva enorme sul
ragazzo di 10 anni. “La nave era fortemente inclinata e a tutti fu ordinato di andare verso il lato alto.
Erano circa le h 11 di sera e tutti pregavano.” Dopo qualche tempo dal ponte il transatlantico Ile de
France apparve e proprio allora la nebbia cominciò ad alzarsi.” Fu una cosa
emozionante” dice Pasquale. Quando
essi raggiunsero il fianco più basso della nave, calarono giù una corda nelle
scialuppe che attendevano, Giovanni Vali e Melania in una barca, Pasquale, Filippo
e i genitori in un’altra. Pasquale racconta
che “La gente sulla nave Ile de France fu eccezionale. Essi diedero alle persone vestiti e cibo. Noi
osservammo l’ Andrea Doria che cominciava ad affondare dal ponte di questa nave”.



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