Memorie di un giovane emigrante
Questa
è la storia di un giovane emigrante di Sorifa che s'imbarcò per l’Argentina ad
appena diciotto anni. Andrea Leonardi è
nato nell’anno 1933, da Rinaldo e Assunta Antonelli, la quale poi morì a causa
di un altro parto. Il sogno del ragazzo, che non era nato per fare il contadino,
era quello di poter studiare e conseguire un diploma tecnico, poiché era appassionato
in modo particolare di meccanica. Alcune circostanze avverse o forse il destino
determinarono invece che egli diventasse un “povero emigrante”, così come egli
ebbe a definirsi. Fece il cameriere e l’operaio generico in Argentina e poi per
diversi anni in Francia nelle fonderie ,
prima di potersi stabilire nell’amata
capitale della “madrepatria” .
Qui
vogliamo raccontare la sua avventura nell’emisfero sud del mondo che per alcuni
aspetti è commovente e divertente nello stesso tempo. Dunque, sembrava che suo padre avesse acconsentito di farlo
proseguire con gli studi, seppur in
ritardo, ma poi forse per complicati problemi familiari, fu deciso che questo ragazzo
partisse per l’ Argentina. Nel dopoguerra questo paese esercitava ancora una
buona attrazione per chi voleva emigrare, specialmente per gli italiani del
nord-ovest (piemontesi e liguri ), infatti anche da Nocera partirono diverse
famiglie .
Ora proviamo a immaginare le
impressioni di questo ragazzo, che abita in un paese di montagna, povero come'è
povera quasi tutta l’ Italia dei primi anni 50, un paese che vive di agricoltura,
dove transita una autovettura al giorno, cioè solo la corriera o la macchina del medico, in un paese dove non esiste una radio
tranne che quella del parroco, dove il treno non passa e la bicicletta e il carro agricolo sono
ancora i mezzi più usati.
Immaginiamo
questo giovane che fa un lungo viaggio in treno, che si trova davanti all'imponente
visione del porto di Genova, con i grandi transatlantici e petroliere. Certo,
non è questo un fatto nuovo e inusuale, infatti, già alla fine dell’ ottocento
molta gente del suo paese in cerca di pane e lavoro, più che di sogni di
ricchezza, si era imbarcato a Genova o a Napoli per approdare nelle Americhe. Tra questi qualcuno ritornò in patria con
qualche risparmio, qualcuno vi si stabilì, qualcuno vi fece fortuna o successo.
Ma questo avvenne solo nel Nordamerica, mentre il Sudamerica e specialmente l’Argentina
poteva offrire ben poco.
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| Andrea sulla bici con Silvano |
Al porto di Genova furono accompagnati
dal padre di Andrea (Rinaldo) e dal fratello di Michele anch'egli di nome
Rinaldo. S’imbarcarono sulla nave Santa
Cruz (Santa Croce) di bandiera argentina alle 4 del pomeriggio. Andrea non
precisa la data esatta, ma doveva essere l’estate del 1951. All’alba del giorno dopo la nave fece scalo a
Barcellona, dove vennero imbarcate merci
e molti giovani spagnoli diretti in
Argentina. Dopo due giorni passarono lo stretto di Gibilterra e Andrea,
vedendo scomparire l’Europa dalla sua vista, già cominciò a sentire la nostalgia del suo paese. Fu a
questo punto che si rese conto che l’Argentina era troppo, infinitamente
lontana, quasi dall’altra parte del mondo. Dopo altri quattro giorni giunsero a
Dakar, capitale del Senegal. Dice
Andrea: “Io i neri li avevo già visti nel mio paese, gli afro-americani durante
la guerra in Italia, ma questi non erano così neri come i neri d’ Africa”
. Approfittò della sosta per fare una passeggiata nel continente nero fino
alla città che non è molto distante dal porto. C’era una marea di africani ragazzi
e adulti che si ammassava intorno ai viaggiatori per vendere le loro povere
merci. Andrea notò che le luci pubbliche erano tutte gialle, come poi così le
vide anni dopo anche in Francia; davano la sensazione che tutti gli uomini
fossero dello stesso colore, cioè neri. Michele ridendoci osservò che questo lo
facevano di proposito affinché tutti gli uomini apparissero neri.
Nell’attraversare l’equatore si
prepararono per l’abituale festa, ma quella notte il mare cominciò ad agitarsi
notevolmente e durò fino a quando giunsero nella baia di Rio di Janeiro. Da
Dakar a Rio undici giorni di navigazione. Rio de Janeiro apparve ad Andrea come
una meraviglia, il luogo più affascinante del mondo. Osserva che a settembre (dunque
ai tropici fine stagione invernale) la spiaggia di Copacabana era già piena di
bagnanti. Qui sostarono una giornata e la stessa notte toccarono la
città di Santos, il porto di San Paolo,
da dove si potevano scorgere i grattacieli della grande metropoli. Dice Andrea che fecero una grande abbuffata di
banane, che per la verità non gli piacquero molto e “ per la prima volta vidi un nero che dava ordini ad
un bianco.”
Da Santos la nave giunse a
Montevideo e qui ebbero la possibilità di fare un piccolo giro nella città. “ Dopo
Montevideo ci rinchiusero in una stanza e ci dissero che al porto di Buenos
Aires doveva venirci a prelevare il nostro richiedente; diversamente ci
avrebbero ricondotto in patria e avremmo
dovuto pagarci il viaggio di ritorno”. Attraversarono
il Rio de la Plata, ampio come un lago, con
impazienza, e quindi nella sera cominciarono a scorgere le luci di Buenos Aires. Furono fatti
sbarcare e Andrea fu chiuso con altri in un grande locale in attesa della persona
che venisse a prelevarlo. Infatti, alle due di notte vennero l’accompagnatore Michele
e lo zio d’Argentina Lorenzo. Pernottarono in una piccola pensione gestita da piemontesi,
dove quasi tutti i clienti erano italiani. Pochi giorni dopo Andrea andò a
lavorare presso quel proprietario nella città balneare di Mar del Plata, dove
questi possedeva anche un’altra pensione. In questa città per la prima volta mangiò
i ravioli che non aveva mai conosciuto.
Qui avvenne un fatto importante: in
quel periodo fu ospite dell’albergo nientedimeno che una segretaria di Evita
Duarte Peron, l’influente consorte del presidente argentino Juan Domingo Peron. La proprietaria dell’albergo parlò con questa
segretaria del problema del giovane emigrante che soffriva di forte nostalgia e
che non aveva la possibilità di far ritorno in patria. La segretaria promise che ne avrebbe parlato
a Evita, che certamente avrebbe fatto in modo di farlo imbarcare
su una nave nazionale che faceva
la spola tra Argentina ed Italia . Non
se ne fece niente perché Evita poco tempo dopo si ammalò gravemente e morì nel
mese di luglio del 1952. In seguito,
Andrea andò a lavorare a Buenos Aires in un altro albergo i cui proprietari
erano anch’essi piemontesi, e poi a Cordova in una piccola officina metalmeccanica
che produceva pezzi di carrozzeria per la locale fabbrica della Mercedes. Qui a
Cordova si trovava anche il compaesano Marsilio Mingarelli di Sorifa. Andrea
cercò invano lavoro anche nella cittadina di Casilda (provincia di Santa Fè)
con l’aiuto dello zio Lorenzo e del cugino Ennio Leonardi che là possedevano
una piccola azienda agricola.
L’obiettivo di Andrea era di guadagnare e
mettere da parte una somma di denaro sufficiente per pagarsi il viaggio di ritorno in Italia. Ma passavano i mesi e
anche gli anni senza poter riuscire ad accumulare il denaro sufficiente per
il biglietto, perché i prezzi
aumentavano vertiginosamente. Come egli racconta: “L’inflazione correva più
veloce di me !” Purtroppo avvenne anche che fece un prestito ad un amico
motociclista e perse definitivamente la somma di 1500 pesos che aveva
saggiamente accumulato. Aveva deciso di
restare in Argentina solo pochi mesi, il tempo necessario per guadagnarsi il biglietto
di ritorno. Erano passati ben tre anni, siamo alla fine del 1954, e il giovane
emigrante non poteva ancora permettersi di tornare al suo paese. Come egli
racconta, avvenne un fatto provvidenziale. Infatti, un cugino della sua defunta
madre, con opportuni argomenti, fece un chiaro discorso a Rinaldo, padre di
Andrea, in questi termini: “Vendi una vacca e fai tornare a casa quel ragazzo!”
Rinaldo fece proprio così, e poi si
recò a Perugia presso un’agenzia che
provvedette a far pervenire il
biglietto di ritorno ad Andrea.
Nel gennaio del 1955 Andrea sbarcò a
Genova. Dopo pochi mesi nel suo paese sperimentò
ancora che proprio non era tagliato per
il mestiere di agricoltore. Partì per il
servizio militare e tentò inutilmente la carriera di sottufficiale
nell’esercito. Decise quindi di espatriare di nuovo, questa volta in Australia,
ma non ve ne fu la possibilità. Apparve
invece la possibilità di emigrare in Francia. Così fece, trovò occupazione in una
delle molte fabbriche metallurgiche a Longvy, dove restò diversi anni. Si sposò
con una ragazza umbra e la nacquero i suoi due figli Maurice e Rose-Anna. Nei
primi anni settanta rientrò in Italia con tutta la famiglia avendo trovato un’occupazione
più agevole a Roma.
La permanenza del giovane Andrea in Argentina
fu certamente un’esperienza difficile, ma in certo modo anche un’avventura
piacevole ed emozionante. Ebbe modo di vedere grandi città, grandi paesaggi,
come le sconfinate pianure della Pampa. Ebbe
perfino, e più di una volta, la grande emozione di volare su piccoli aerei e
poter ammirare dall’alto la vasta città di Buenos Aires, la cittadina di Casilda,
e l’imponente Sierra de Cordoba che
gli fece ricordare le sue montagne. Una volta volò con il marito della sua cugina
Dina Leonardi, il quale possedeva un piccolo aereo che usava per il trasporto
di turisti e per il lancio di volantini pubblicitari. Era a Casilda con il
cugino Ennio detto Leni quando udì da
questi la curiosa espressione usata per incitare il cavallo: “ Alè Chiche, allarga il passo !” Stranezze delle
lingue. Michele ebbe a osservare: “ Mi
dà l’impressione che questi parlano come i figli piccoli “. Evidentemente così suonò alle orecchie di Michele la
lingua spagnola parlata in Argentina appena giunto in quel paese.
Andrea racconta di un compaesano che
lavorava nell’imbottigliamento del vino di marca Toro a Mar del Plata: si trattava di Bino Ansuini (1921) di Le
Prata, anche lui emigrato in quel paese pochi anni prima. Bino, avendo anch'egli
costatato le magre possibilità offerte da quel paese, riuscì a rimpatriare con
la sua numerosa famiglia alla fine degli anni Sessanta. Durante il viaggio di
ritorno per mare, Andrea, poté rivedere le stesse città, Montevideo, Santos,
Rio de Janeiro. La nave fece scalo anche alle isole Canarie; Andrea non sapeva
se fosse in una terra europea o africana, ma già si sentiva quasi a casa. Nel
porto di quelle isole ebbe occasione anche di prendere una sonora fregatura. Si ricordò del fratello Ezio rimasto in
Italia e pensò di portargli un piccolo regalo. Da un venditore del porto acquistò
un bell’orologio che poi sulla nave mostrava con compiacimento. Un compagno di
viaggio gli fece notare che era falso, infatti, apertolo, vide che all’interno
mancava del tutto il meccanismo. Il venditore era un italiano e anche il
prodotto proveniva dall’Italia.
Andrea Leonardi aveva iniziato nell’anno 2008
a scrivere, con l’uso del computer, le sue memorie di emigrante, diciotto pagine
dense, ma poi il lavoro fu interrotto a
causa di una grave malattia che tuttora
(2015) l’ affligge. Fino a pochi anni fa possedeva una'eccezionale memoria,
parlava bene il francese, ricordava ancora il castegiano (lo spagnolo d’Argentina). Questo breve racconto è attinto principalmente
dalle sue memorie orali e dal suo scritto originale.

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