martedì 11 aprile 2017

Memorie di un giovane emigrante




Questa è la storia di un giovane emigrante di Sorifa che s'imbarcò per l’Argentina ad appena diciotto anni.  Andrea Leonardi è nato nell’anno 1933, da Rinaldo e Assunta Antonelli, la quale poi morì a causa di un altro parto. Il sogno del ragazzo, che non era nato per fare il contadino, era quello di poter studiare e conseguire un diploma tecnico, poiché era appassionato in modo particolare di meccanica. Alcune circostanze avverse o forse il destino determinarono invece che egli diventasse un “povero emigrante”, così come egli ebbe a definirsi. Fece il cameriere e l’operaio generico in Argentina e poi per diversi anni in Francia  nelle fonderie , prima  di potersi stabilire nell’amata capitale  della  “madrepatria” .
Qui vogliamo raccontare la sua avventura nell’emisfero sud del mondo che per alcuni aspetti è commovente e divertente nello stesso tempo. Dunque, sembrava  che suo padre avesse acconsentito di farlo proseguire con gli studi, seppur  in ritardo, ma poi forse per complicati problemi familiari, fu deciso che questo ragazzo partisse per l’ Argentina. Nel dopoguerra questo paese esercitava ancora una buona attrazione per chi voleva emigrare, specialmente per gli italiani del nord-ovest (piemontesi e liguri ), infatti anche da Nocera partirono diverse famiglie .
            Ora proviamo a immaginare le impressioni di questo ragazzo, che abita in un paese di montagna, povero come'è povera quasi tutta l’ Italia dei primi anni 50, un paese che vive di agricoltura, dove transita una autovettura al giorno, cioè solo  la corriera o la macchina del medico, in un paese dove non esiste una radio tranne che quella del parroco, dove il treno non passa e la  bicicletta e il carro agricolo sono ancora  i mezzi più usati.
Immaginiamo questo giovane che fa un lungo viaggio in treno, che si trova davanti all'imponente visione del porto di Genova, con i grandi transatlantici e petroliere. Certo, non è questo un fatto nuovo e inusuale, infatti, già alla fine dell’ ottocento molta gente del suo paese in cerca di pane e lavoro, più che di sogni di ricchezza, si era imbarcato a Genova o a Napoli per approdare nelle Americhe.  Tra questi qualcuno ritornò in patria con qualche risparmio, qualcuno vi si stabilì, qualcuno vi fece fortuna o successo. Ma questo avvenne solo nel Nordamerica, mentre il Sudamerica e specialmente l’Argentina  poteva offrire ben poco.
Andrea sulla bici con Silvano
Il caso di Andrea è un po’ diverso. Egli aveva altre aspettative qui in patria, e non sapeva neanche esattamente perché partiva o dovesse partire, era per lui quasi un salto nel buio. La preparazione dei documenti per espatriare fu lunga e complicata. Due volte dovette andare al consolato argentino a Roma, e una volta a Genova per prendere accordi con la compagnia di navigazione. Siccome Andrea era minorenne, non poteva viaggiare ed espatriare se non accompagnato da un famigliare o persona adulta che se ne facesse garante. Questa persona la trovò proprio nel suo paese, il quarantaduenne Michele Leonardi che era cognato di un suo zio paterno.  Michele era in procinto di partire per l’Argentina, su richiesta dello zio anzidetto (Lorenzo Leonardi, detto Dirice). Andrea si accodò al parente e amico di famiglia anche per sbrigare le pratiche per l’emigrazione. Siccome Michele non aveva figli e portava lo stesso cognome di Andrea, all’occorrenza, avrebbe perfino potuto dichiarare che questi era il suo figlio adottivo.
            Al porto di Genova furono accompagnati dal padre di Andrea (Rinaldo) e dal fratello di Michele anch'egli di nome Rinaldo. S’imbarcarono sulla nave Santa Cruz (Santa Croce) di bandiera argentina alle 4 del pomeriggio. Andrea non precisa la data esatta, ma doveva essere l’estate del 1951.  All’alba del giorno dopo la nave fece scalo a Barcellona, dove vennero  imbarcate merci e molti giovani spagnoli diretti in  Argentina. Dopo due giorni passarono lo stretto di Gibilterra e Andrea, vedendo scomparire l’Europa dalla sua vista, già cominciò  a sentire la nostalgia del suo paese. Fu a questo punto che si rese conto che l’Argentina era troppo, infinitamente lontana, quasi dall’altra parte del mondo. Dopo altri quattro giorni giunsero a Dakar, capitale del Senegal.  Dice Andrea: “Io i neri li avevo già visti nel mio paese, gli afro-americani durante la guerra in Italia, ma questi non erano così neri come i neri  d’ Africa” . Approfittò della sosta per fare una passeggiata nel continente nero fino alla città che non è molto distante dal porto. C’era una marea di africani ragazzi e adulti che si ammassava intorno ai viaggiatori per vendere le loro povere merci. Andrea notò che le luci pubbliche erano tutte gialle, come poi così le vide anni dopo anche in Francia; davano la sensazione che tutti gli uomini fossero dello stesso colore, cioè neri. Michele ridendoci osservò che questo lo facevano di proposito affinché tutti gli uomini apparissero neri.
            Nell’attraversare l’equatore si prepararono per l’abituale festa, ma quella notte il mare cominciò ad agitarsi notevolmente e durò fino a quando giunsero nella baia di Rio di Janeiro. Da Dakar a Rio undici giorni di navigazione. Rio de Janeiro apparve ad Andrea come una meraviglia, il luogo più affascinante del mondo. Osserva che a settembre (dunque ai tropici fine stagione invernale) la spiaggia di Copacabana era già piena di bagnanti.  Qui sostarono  una giornata e la stessa notte toccarono la città di  Santos, il porto di San Paolo, da dove si potevano scorgere i grattacieli della  grande metropoli.  Dice Andrea che fecero una grande abbuffata di banane, che per la verità non gli piacquero molto e “ per la prima volta vidi un nero che dava ordini ad un bianco.”
            Da Santos la nave giunse a Montevideo e qui ebbero la possibilità di fare un piccolo giro nella città. “ Dopo Montevideo ci rinchiusero in una stanza e ci dissero che al porto di Buenos Aires doveva venirci a prelevare il nostro richiedente; diversamente ci avrebbero ricondotto in patria e avremmo dovuto pagarci il viaggio di ritorno”.   Attraversarono il Rio de la Plata, ampio come un lago, con  impazienza,  e  quindi nella sera   cominciarono a scorgere  le luci di Buenos Aires. Furono fatti sbarcare e Andrea fu chiuso con altri in un grande locale in attesa della persona che venisse a prelevarlo. Infatti, alle due di notte vennero l’accompagnatore Michele e lo zio d’Argentina Lorenzo. Pernottarono in una piccola pensione gestita da piemontesi, dove quasi tutti i clienti erano italiani. Pochi giorni dopo Andrea andò a lavorare presso quel proprietario nella città balneare di Mar del Plata, dove questi possedeva anche un’altra pensione. In questa città per la prima volta mangiò i ravioli che non aveva mai conosciuto.
            Qui avvenne un fatto importante: in quel periodo fu ospite dell’albergo nientedimeno che una segretaria di Evita Duarte Peron, l’influente consorte del presidente argentino Juan Domingo  Peron.  La proprietaria dell’albergo parlò con questa segretaria del problema del giovane emigrante che soffriva di forte nostalgia e che non aveva la possibilità di far ritorno in patria.  La segretaria promise che ne avrebbe parlato a Evita, che certamente avrebbe fatto in modo di farlo  imbarcare  su una nave nazionale  che faceva la spola tra  Argentina ed Italia . Non se ne fece niente perché Evita poco tempo dopo si ammalò gravemente e morì nel mese di luglio del  1952. In seguito, Andrea andò a lavorare a Buenos Aires in un altro albergo i cui proprietari erano anch’essi piemontesi, e poi a Cordova in una piccola officina metalmeccanica che produceva pezzi di carrozzeria per la locale fabbrica della Mercedes. Qui a Cordova si trovava anche il compaesano Marsilio Mingarelli di Sorifa. Andrea cercò invano lavoro anche nella cittadina di Casilda (provincia di Santa Fè) con l’aiuto dello zio Lorenzo e del cugino Ennio Leonardi che là possedevano una piccola azienda agricola.
             L’obiettivo di Andrea era di guadagnare e mettere da parte una somma di denaro sufficiente per pagarsi il viaggio di  ritorno in Italia. Ma passavano i mesi e anche gli anni senza poter riuscire ad accumulare il denaro sufficiente per il  biglietto, perché i prezzi aumentavano vertiginosamente. Come egli racconta: “L’inflazione correva più veloce di me !” Purtroppo avvenne anche che fece un prestito ad un amico motociclista e perse definitivamente la somma di 1500 pesos che aveva saggiamente accumulato.  Aveva deciso di restare in Argentina solo pochi mesi, il tempo necessario per guadagnarsi il biglietto di ritorno. Erano passati ben tre anni, siamo alla fine del 1954, e il giovane emigrante non poteva ancora permettersi di tornare al suo paese. Come egli racconta, avvenne un fatto provvidenziale. Infatti, un cugino della sua defunta madre, con opportuni argomenti, fece un chiaro discorso a Rinaldo, padre di Andrea, in questi termini: “Vendi una vacca e fai tornare a casa quel ragazzo!” Rinaldo fece proprio così, e poi   si recò a Perugia presso un’agenzia che  provvedette a far  pervenire il biglietto di ritorno ad Andrea.
             Nel gennaio del 1955 Andrea sbarcò a Genova.  Dopo pochi mesi nel suo paese sperimentò ancora che proprio  non era tagliato per il  mestiere di agricoltore. Partì per il servizio militare e tentò inutilmente la carriera di sottufficiale nell’esercito. Decise quindi di espatriare di nuovo, questa volta in Australia, ma non ve ne fu la possibilità.  Apparve invece la possibilità di emigrare in Francia. Così fece, trovò occupazione in una delle molte fabbriche metallurgiche a Longvy, dove restò diversi anni. Si sposò con una ragazza umbra e la nacquero i suoi due figli Maurice e Rose-Anna. Nei primi anni settanta rientrò in Italia con tutta la famiglia avendo trovato un’occupazione più agevole a Roma.
             La permanenza del giovane Andrea in Argentina fu certamente un’esperienza difficile, ma in certo modo anche un’avventura piacevole ed emozionante. Ebbe modo di vedere grandi città, grandi paesaggi, come  le sconfinate pianure della Pampa. Ebbe perfino, e più di una volta, la grande emozione di volare su piccoli aerei e poter ammirare dall’alto la vasta città di Buenos Aires, la cittadina di Casilda, e l’imponente Sierra de Cordoba che gli fece ricordare le sue montagne. Una volta volò con il marito della sua cugina Dina Leonardi, il quale possedeva un piccolo aereo che usava per il trasporto di turisti e per il lancio di volantini pubblicitari. Era a Casilda con il cugino Ennio detto Leni quando udì da questi la curiosa espressione usata per incitare il cavallo: Alè  Chiche, allarga il passo !” Stranezze delle lingue.  Michele ebbe a osservare: “ Mi dà l’impressione che questi parlano come i figli piccoli “. Evidentemente così suonò alle orecchie di Michele la lingua spagnola parlata in Argentina appena giunto in quel paese.
            Andrea racconta di un compaesano che lavorava nell’imbottigliamento del vino di marca Toro a Mar del Plata: si trattava di Bino Ansuini (1921) di Le Prata, anche lui emigrato in quel paese pochi anni prima. Bino, avendo anch'egli costatato le magre possibilità offerte da quel paese, riuscì a rimpatriare con la sua numerosa famiglia alla fine degli anni Sessanta. Durante il viaggio di ritorno per mare, Andrea, poté rivedere le stesse città, Montevideo, Santos, Rio de Janeiro. La nave fece scalo anche alle isole Canarie; Andrea non sapeva se fosse in una terra europea o africana, ma già si sentiva quasi a casa. Nel porto di quelle isole ebbe occasione anche di prendere una sonora fregatura.  Si ricordò del fratello Ezio rimasto in Italia e pensò di portargli un piccolo regalo. Da un venditore del porto acquistò un bell’orologio che poi sulla nave mostrava con compiacimento. Un compagno di viaggio gli fece notare che era falso, infatti, apertolo, vide che all’interno mancava del tutto il meccanismo. Il venditore era un italiano e anche il prodotto proveniva dall’Italia.

             Andrea Leonardi aveva iniziato nell’anno 2008 a scrivere, con l’uso del computer, le sue memorie di emigrante, diciotto pagine dense, ma poi il lavoro fu interrotto  a causa di una grave malattia  che tuttora (2015) l’ affligge. Fino a pochi anni fa possedeva una'eccezionale memoria, parlava bene il francese, ricordava ancora il castegiano (lo spagnolo d’Argentina). Questo breve racconto è attinto principalmente dalle sue memorie orali e dal suo scritto originale.

Nessun commento:

Posta un commento