giovedì 23 aprile 2020


L’Andrea Doria, Melania e la piccola Norma




Melania nel 1958, 21 anni
In un numero di  6 anni fa su questa stessa rivista    era stato  già presentato un articolo dedicato  al  naufragio della nave  Andrea Doria  su cui viaggiava una famiglia di emigranti di Nocera Umbra, gli  Ansuini del paesetto di  Le Prata.
Per riassumere un poco si ricorda che l’ Andrea Doria venne costruita nel 1951 nei cantieri Ansaldo di Genova, orgoglio della flotta mercantile italiana,  era una turbonave moderna veloce e lussuosa di quasi 30.000 tonnellate.  È  alla sua centunesima traversata atlantica, ha un equipaggio di 580 uomini e trasporta 1241 passeggeri.  Nella notte di giovedì 25 luglio 1956 poco dopo le h 23,  ad  centinaio di km  di distanza dalla costa americana, viene speronata dalla nave   svedese Stockholm proveniente dal porto di New York. L’impatto causa  uno squarcio di 30 sul fianco destro dell’Andrea Doria che  imbarca acqua e subito s’inclina paurosamente. La maggior parte dei decessi avviene al momento dello speronamento. Le vittime sono  51, di 5 della nave svedese e 46 tra i passeggeri della Doria. Solo pochi decenni fa, e dopo la scomparsa del comandante dell’ Andrea Doria, Pietro Calamai,  è stato appurato che  le responsabilità dell’incidente sono da attribuirsi alla nave svedese. Quella sera il comandante  dello Stockholm  dormiva nella sua cabina, mentre sulla plancia di comando  si trovava terzo ufficiale. Questi, giovane ed inesperto, interpretò erroneamente i dati del radar, che secondo lui indicavano la presenza della nave italiana ad una distanza maggiore  di quella reale, e sulla sua sinistra anziché sulla destra, quindi per evitarla virò sulla destra e cioè proprio contro l’ Andrea Doria, infilando la  prua rinforzata nel fianco del transatlantico italiano. L'inclinazione della nave Andrea Doria  rese inutilizzabili metà delle lance di salvataggio, tutte quelle sul lato opposto a quello della collisione. Ne seguì la serie di drammatiche richieste di aiuto via radio in cui il capitano Calamai si sforzava di far capire alle autorità americane e ai  soccorritori che innanzitutto necessitavano   lance di salvataggio per far calare in mare i passeggeri. Dopo alcune ore giunsero diverse navi che presero a bordo i naufragi e fornirono le lance necessarie, tra queste anche lo Stockholm che presentava la prua distrutta per ben  10 metri. La maggior parte dei naufragi vennero presi a bordo del vecchio transatlantico francese Ile de France, il cui comandante coraggiosamente  decise di invertire la rotta per portare soccorso affrontando ingenti rischi anche a causa della nebbia.
Melania e Giovanni in una foto recente
 Ora,  parlando di Melania Ansuini, sulla scorta di nuove informazioni, approfondiamo e aggiungiamo  alcuni dettagli di questa tragedia e un fatto a dir poco sconcertante.
 Era l’ultima notte di viaggio e,  com’era tradizione, a bordo si faceva festa e si ballava.  Il fratello di Melania il quattordicenne Filippo era al cinema, mentre il più piccolo, Pasquale ,era con la madre Giulia nella loro cabina. Il padre di Melania, Domenico Ansuini, stava sul ponte dove si ballava. A quel tempo, come era abitudine,  le ragazze al ballo  erano accompagnate dai genitori. Melania e Giovanni Vali si erano conosciuti sulla nave tre giorni prima e tra loro era nata una simpatia reciproca. Al momento dell’urto l’orchestra stava eseguendo la canzone “Arrivederci Roma”.
Giovanni scese subito verso la cabina di Giulia lungo le scale che erano già invase dall’acqua per prendere i giubbotti di salvataggio per tutti.  Melania racconta:  “Il ponte della nave si era subito inclinato fortemente, c’era odore di nafta, si scivolava. Io gettai via le scarpe e la borsetta. Confusione grida dappertutto. Quella notte c’era una nebbia molto densa. Fummo invitati concentrarci verso la poppa della nave, in quanto l’impatto era avvenuto sulla destra. Mia madre esclamò: Siamo venuti a morire !”
Dopo aver  lanciato via  radio la richiesta di soccorso e passate alcune ore il capitano Calamai decise di far  calare in acqua le scialuppe di destra,  ma vuote, perché  a causa della pendenza della nave  non era possibile farvi salire i passeggeri.
 La nave era inclinata fortemente sulla destra dove era avvenuto l’impatto, e  continuava ad inclinarsi, cosicché si temeva il rovesciamento. Da quel lato, l’altezza dall’acqua si era molto ridotta, furono gettate alcune corde, la rete che copriva la piscina e anche alcune manichette antincendio; ma tutte queste non erano sufficienti per la moltitudine dei passeggeri che si accalcavano terrorizzati.


Nella foto qui sopra si         possono notare le grosse  funi  pendenti dal lato di dritta della nave nella prima mattinata. Da ciò si comprende come, a causa della forte inclinazione, l’altezza dall’acqua era sensibilmente ridotta e questo rendeva un po’ meno ardua la discesa dei passeggeri con le funi.                                                             
Melania afferrò la corda per scendere in mare per poi ritrovarsi priva di sensi sull’acqua. La cronaca americana  dice:”Melania perse la presa e cadde nell’oceano”. Quando sia svenuta lei non è in grado di dirlo.  Le corde sono di grande spessore,  tali che  con esse  si possa salire o scendere, ma necessita una forte presa e una certa forza di braccia. Ci si può aiutare facendo scorrere la corda tra le gambe in modo da creare attrito  e rallentare la discesa , ma una donna con veste leggera e senza scarpe  riceve  forti  abrasioni sul petto e sulle gambe. Una persona con braccia deboli e non allenate,  per velocizzare la discesa  tende a far scorrere la fune nelle mani e ciò provoca subito terribili dolori alle mani e abrasione come fosse una  bruciatura. Si può supporre che la giovane Melania abbia fatto in quel modo e quindi che abbia  lasciato la presa   a causa di forti dolori alle mani e al corpo e quindi cadendo di traverso in acqua abbia perso i sensi.
Le parole di Melania :“I miei famigliari scesero bene con le corde, non si bagnarono affatto.  Essi si sono accorti della mia caduta . Io avevo abrasioni sul petto e sulle gambe. Non mi sono accorta di quando sono svenuta.”
 Così  viene riportato il racconto di Melania  nel libro di Ermanno di  Sandro “Andrea Doria 1956. In ricordo di Norma, Greenbooks editore 2017” :   Io ero mezza nuda, con un vestito a campana, ed avevo le braccia e le gambe graffiate che bruciavano come il fuoco mentre mi calavo con la fune che in quel momento sembrava quasi un albero, fino a che non cascai con le braccia e le gambe aperte ..dall’alto mi videro cadere in quel modo, tra cui mia madre atterrita.”
Giovanni Vali  si è calato in acqua dopo di lei per soccorrerla avendo visto la sua caduta.
“Mi sono risvegliata sull’ acqua a pancia all’aria, poi ho sentito un braccio che mi sollevava da sotto la schiena;  fui  trascinata e messa su una barca. Giovanni era già su  quella scialuppa.”  Il braccio che la sollevava era del passeggero Tullio di Sandro.
Durante la traversata Giovanni e Melania avevano conosciuto i coniugi  Di Sandro, Tullio e Filina ,  con la loro figlia Norma di appena quattro anni.
Nello stesso   libro di Ermanno di  Sandro Melania dice ancora: “Ad un certo punto arrivò Tullio con la bambina in braccio (Norma), e Giovanni lo aiutò a calarsi, dandogli la precedenza; sistemando sulla sua schiena la bambina a cavalluccio, ma la barca sottostante era drammaticamente piena. Non si accostava abbastanza per le onde sempre più alte. Anche le altre scialuppe non riuscivano ad accostarsi più di tanto, o non lo si voleva per il pericolo … Intanto c’era chi si lanciava direttamente dalla poppa della nave, perché le funi erano poche e prese d’assalto. Mentre Tullio stava calandosi qualcuno si lanciò forse urtando la bambina, che cadde sulla scialuppa.”
Su questo  particolare  esiste una versione un po’ diversa che sicuramente viene dalla fonte più diretta, cioè dal padre della bambina. Tullio dal ponte avrebbe gettato la creatura verso una lancia di salvataggio nella certezza che gli occupanti l’avrebbero afferrata.
Fatto sta che la piccola Norma batté la testa contro il bordo della barca riportando una grave frattura cranica.  Venne trasportata all’ ospedale in elicottero e operata, ma dopo due giorni morì.
Melania : “Sulla nave francese ho parlato con i coniugi  Di Sandro. Allora non sapevano della sorte della figlia. Ho sempre desiderato di rivedere Tullio di Sandro, ma per 50 anni non l’ho potuto ritrovare.”
Dopo il naufragio i superstiti andarono  ciascuno verso la propria destinazione. La famiglia Ansuini andò in California, dove era attesa dal fratello di Domenico. Giovanni Vali proseguì per Halifax in Canada che era la sua meta. La famiglia  Di Sandro  rientrò in Italia nell’ anno 1967.  Per questo  Melania non poté ritrovarla negli Stati Uniti.
Solo  quattro anni fa, nel 2016, Melania ha avuto notizia di Ermanno di Sandro, che  vive in Italia. Si sono messi in contatto scambiandosi lettere e telefonate.  Così Melania venne a sapere che Tullio di Sandro era deceduto alcuni anni fa, con gran dispiacere, perché avrebbe voluto rivedere l’uomo che aveva perso la sua bambina e che aveva tratto in salvo lei quella notte. Ermanno, figlio di Tullio e di Filina, è nato negli Stati Uniti  nella città di Providence, Rhode Island, nel 1958,  quindi due anni dopo l’incidente, è architetto ed ha pubblicato alcuni libri.
Il libro  citato sopra è stato realizzato  nel 2016 utilizzando anche la testimonianza e documenti  forniti da  Melania Ansuini. Melania l’ha  letto   con comprensibile emozione. L’emozione è stata ancora più grande quando è venuta a conoscenza di un fatto sconcertante che  viene raccontato da Ermanno.
Nell’estate del 1966, esattamente 10 anni dopo la tragedia, le spoglie della piccola  Norma vennero trasferite in Italia, mentre la famiglia di Sandro era ancora negli Stati Uniti. Il trasporto avvenne con la nave Cristoforo Colombo ( gemella della A.Doria) che salpò dal porto di Boston. Fu celebrato un semplice funerale e quindi eseguita la tumulazione nel cimitero di Marsano Appio, in provincia di Caserta, dove era stato costruito un sepolcro in marmo. 5 anni dopo, nel 1981, i famigliari si accorsero che  stranamente il manufatto  si era inclinato sensibilmente su un fianco. Venne escluso un cedimento del terreno come causa e si pensò agli effetti del terremoto dell’Irpinia del novembre 1980. Tuttavia, se  il terremoto fosse stata la causa,  allora anche le altre tombe, cappelle e costruzioni varie avrebbero dovuto mostrare simili danneggiamenti. Così non era. La tomba della piccola Norma si era inclinata, inclinata  sulla destra proprio come la nave Andrea Doria poco dopo la collisione. La tomba fu lasciata in quel modo. Ermanno di Sandro dice : "… chissà …una volontà superiore." Melania è rimasta molto impressionata da questo fatto.

La tomba di Norma così come appare  vista da dietro





( By Pietro Nati- 2019 )




giovedì 28 novembre 2019


Ennio Leonardi detto Leni



La famiglia di Leni nel 1976 a Casilda
Il nome Leni non  ha nulla a che vedere con  Lenin  , né  è un nome di battaglia; è semplicemente un nomignolo dato ad Ennio Leonardi   all’epoca dell’infanzia , così rimasto per sempre e  abitualmente usato. Nel  suo  foglio  matricolare   si legge  : “Soldato di leva classe 1925; Distretto di   Spoleto lasciato in congedo illimitato provvisorio il 30.4.1943. Riconosciutagli la qualifica  di Partigiano combattente, ai sensi del Decreto Lgs  n. 518 del 1945 . Ha partecipato dall’ 1.1.1944 all’ 1.7.1944 alle operazioni di guerra svoltesi sul territorio metropolitano con la formazione regolare Garibaldi,  con la qualifica di gregario, dipendente dalle forze armate italiane . Campagna di guerra 1944. Equiparato a tutti gli effetti, per il servizio partigiano anzidetto, ai militari volontari che hanno operato in unità regolari delle forze armate  nella lotta di liberazione. Ha diritto all’attribuzione dei benefici previsti dalla legge a favore dei combattenti ai sensi del D.L. n. 137/48”. Tra le note e i contrassegni personali possiamo leggere:  “Statura  m 1, 74 ½, Torace m 0,86 ½ ,  colore e forma dei capelli  castani lisci, occhi castani,  colorito roseo,  naso retto, bocca regolare, fronte regolare, dentatura sana, professione studente religioso, titolo di studio 4° ginnasio”.
            Ennio Leonardi, era nato a Sorifa di Nocera Umbra il 18 marzo del 1925, primo  di tre figli, da Lorenzo e da Anna Mingarelli. Il padre, da tutti chiamato Dirice era negli Stati Uniti ed ha  passato quasi tutta la  sua vita   come  emigrante  nelle due Americhe. Alla fine di maggio del 1943 Leni abbandonò il seminario di Nocera Umbra e nell’autunno dello stesso anno ricevette la chiamata alle armi da parte della Repubblica Sociale. Diversamente dagli altri suoi compaesani della stessa classe  non si presentò al distretto militare che in quel tempo era a  Spoleto  .  Aveva sentito parlare di partigiani  nella montagna di Foligno e quindi    si incontrò con   essi  a Rasiglia e a Cancelli, dove già  vi erano molti folignati. Oltre alla pistola semiautomatica di provenienza americana, Leni aveva anche un bel paio di pantaloni di pelle, così che la sorella  Dina  una volta  osservò : “ Se avesse anche una bella giacca di  pelle sarebbe completo”. Aveva raccapezzato anche un buon paio di stivali di cuoio  da cavalleria.
            Racconta Andrea Leonardi che una volta Leni, dovendo andare con la sua squadra “a fare un assalto”, ovvero un’azione presso la  collina chiamata  Romita  contro un gruppo di militi fascisti che transitavano sulla strada  statale septempedana, provenienti  da Bagnara, tornò indietro a  casa  per prendere la maschera che aveva dimenticato. Sembra che Leni in alcune occasioni usasse una mascherina tipo carnevale per  non farsi riconoscere. Al gruppo si unì anche  il  cinquantenne  Domenico Armillei detto Brosco , personaggio  stravagante e burlone di Sorifa , il quale  armato del suo semplice bastone di legno che agitava minacciosamente,  tentava  di incitare  il gruppo.
            Leni si era fidanzato con la giovane  Italia Belli di Le Prata, ultima figlia del defunto Secondo . Le sue avventure e la  partecipazione alle bande partigiane  durante la guerra civile in Italia sono narrate in un lungo  racconto-intervista rilasciata allo scrivente in occasione della sua unica visita in Italia, nell’ autunno del 1994. Questa sua testimonianza è da considerarsi  interessante ed attendibile, in quanto resa con modestia e con buona memoria. Dopo tanti anni all’estero parla  ancora un buon italiano, usando  a volte parole spagnole, il castegiano ( castigliano) come si dice in Argentina . Dopo l’inizio dei rastrellamenti dei tedeschi  nel territorio di Foligno  e di Nocera Umbra ,  dovette nascondersi in diverse parti, sempre in movimento, e solo grazie e  alle sue buone gambe   riuscì a salvarsi dalla cattura e fucilazione. Fu spesso insieme al capo-squadra Sandro .  Il fascista di Valtopina Pietro Checché, che faceva servizio a Nocera Umbra come milite repubblicano, a  Sorifa, una volta  esclamò :  “La testa di Leni la voglio mettere qui sopra la mia motocicletta!”.
                Nel dopoguerra il padre Lorenzo lo voleva con sé  negli Stati Uniti, ma a quel tempo le leggi sull’ emigrazione non lo permettevano più; dunque egli si trasferì in Argentina , dove acquistò un frutteto e Leni poté esaudire il desiderio del padre emigrando in quel paese. Espatriò  verso la fine del 1948 con la moglie Italia Belli e il figlio Dante di appena un anno .  Abitarono dapprima in campagna,  nei pressi della cittadina di  Casilda, in provincia di Santa Fè , dove la maggioranza della popolazione è di origine italiana. In Argentina, paese dalle immense ricchezze e dalle frequenti  crisi economiche e politiche, non si fa fortuna. Questo paese era noto, fino ad alcuni anni fa,  per la mancanza di democrazia e  per il ripetersi delle  dittature militari . Tra i  dittatori e i presidenti della repubblica si contano  molte personalità  di origine italiana : Lonardi, Frondizi, Viola, Galtieri. Il presidente Frondizi  visitò l’ Umbria negli anni sessanta , poiché   suo padre era di Gubbio.
            In Argentina, Ennio  Leonardi non ebbe gran fortuna e  non prosperò come si poteva prosperare in America del nord.   Il frutteto fu  seriamente  danneggiato  da una eccezionale  gelata. Più tardi Ennio ebbe anche un grave incidente con il trattore, dal quale riportò diversi danni . Fece diversi  lavori   e  in ogni modo  riuscì a tirar su la famiglia e far studiare i figli.   Andrea Leonardi di Sorifa, suo cugino, anch’ egli emigrato in Argentina  nel 1951 all’ età di 18 anni, racconta un episodio divertente. Non conoscendo all’inizio  la lingua spagnola, Andrea si meravigliò quando  udì  Leni  che incitava  il  suo cavallo  con queste parole : “ Forza Chiche, allarga il passo ! “Come fa il cavallo a camminare allargando il passo? Si domandò Andrea.  Infatti Leni, aveva  mischiato  l’ italiano con lo spagnolo, lingua in cui la parola largo significa lungo. Anche la sorella di Ennio, Dina ( nata nel 1929), si era trasferita poco dopo in Argentina ed aveva sposato l’ italiano  Delio Lottici, che perì negli anni sessanta cadendo con il  piccolo aeroplano  con cui lavorava . Dina è tornata molte volte in Italia, la prima volta nell’ anno 1964, insieme a sua figlia Adriana .
            Leni  invece è tornato in Italia , per la prima ed unica volta , nel 1994, cioè dopo ben 46 anni ! Un giorno fu condotto  sul Monte Faeto insieme ad  Angelo Nati. Qui, su uno dei luoghi da lui frequentati durante il periodo della resistenza e delle fughe avventurose, volle fare una  camminata fino sulla cima del monte . Era commosso nel rivisitare il posto dopo tanti anni e  mormorò  mestamente: “Forse non rivedrò più questi posti”. Fu anche accompagnato a visitare alcuni luoghi  diventati a lui familiari durante il periodo di guerra, come il paesetto di Seggio, in comune di Foligno.  In occasione di questa visita in Italia , con l’ interessamento dei suoi cugini, Andrea Leonardi e Francesco Mingarelli,   si informò se  vi era la possibilità di ottenere una piccola pensione in Italia, in considerazione del suo passato di partigiano combattente. La cosa ebbe esito negativo.  Durante la sua permanenza in Italia, tra Roma e  Sorifa, che durò oltre un  mese,  si interessò anche di  allevamento di funghi e di apicoltura, attività quest’ ultima  che aveva  praticato  in Argentina. Oltre a Dante (1947), che da diversi  anni lavora come ingegnere in Paraguay,  Ennio Leonardi ha avuto  4 belle figlie : Maria Rita , Gabriela , Liliana e Sabina.  È  deceduto   improvvisamente  nell’ anno 1999 .


(by Pietro Nati - 2005)

mercoledì 27 novembre 2019




                                   I Leonardi d'America



Sante Leonardi
La casata Leonardi del ramo cosiddetto di Recchia conta quattro   emigrati permanenti all’ estero, tutti in Nordamerica: Sante,  nato nel 1873, Maria ( 1876)  , Angelo  (1981)  e Alessio, nato nel 1886, tutti figli di Michele Leonardi  di Sorifa (1839-1915).  A distanza di un secolo, pochi conservano  memoria di questi “sorifani-americani” , si ricorda  solo Alessio,  forse perché è il più giovane e a nome del quale ancora  risultano diversi appezzamenti di terreno nella zona di Sorifa . Sembra che il primo Leonardi e il primo assoluto della parrocchia di Sorifa ad andare in America fu Francesco (1869-1928), anche egli figlio di Michele,  il quale arrivò  a New York   con la nave   Hesperia il 5 maggio del 1893 ( per fare un parallelo storico, quasi tre anni dopo il massacro di indiani Sioux Lakota a Wounded Knee).   Questi   fece diversi viaggi oltre oceano negli anni successivi, almeno quattro, se non cinque, ma non      vi si stabilì. Invece il suo primogenito Paolo (nato nel 1897 ), più tardi, verso gli anni venti, emigrò negli Stati Uniti in modo permanente.
Dice Mary Pientka Henninger, pronipote di Sante Leonardi : “ I assume that since they were traveling together they may have been friends or family. You should realize that the migrants traveled between Nocera Umbra and USA to work may times before they settled in Old Forge. It seems that they travelled in groups of several young men, stayed in the USA for a few months , and then returned home to Italy. I believe that the first man to come to USA to work was Francesco Leonardi ( the grandfather of Franco Mingarelli and brother to my my great-grandfather Sante Leonardi) on 5 may 1893. Altought he travelled to the USA many times, he did not stay here”.  Traduzione : “Io ritengo che siccome viaggiavano insieme essi potevano essere amici o parenti. Tu devi capire che gli emigranti viaggiavano tra Nocera Umbra e gli U.S.A. per lavorare diverse volte prima si stabilirsi in Old Forge. Sembra che essi viaggiassero in gruppi di diversi giovani, restavano in USA per alcuni mesi, e poi ritornavano a casa in Italia. Credo che il primo a venire negli Stati Uniti fosse Francesco Leonardi (nonno  di Franco Mingarelli,  e fratello del mio bisnonno Sante Leonardi ) il 5 maggio 1893. Sebbene egli avesse viaggiato  negli Stati Uniti molte volte, egli non restò qui”.
 Domenico Leonardi (1871-1925), fratello di Francesco, sembra che sia andato negli Stati Uniti una sola volta, il 24 dicembre del 1899, imbarcato sulla nave Alsatia. Anch’egli tornò  in Italia dopo alcuni anni di permanenza in Pennsylvania, ma ebbe tutti i suoi 4 figli  ad Old Forge : Rinaldo, Michele, Maddalena  e Caterina .
Maria Leonardi di Michele,  appena sposata con Carlo Febo di Sorifa (1859  ) giunse a New York il 21 marzo del 1898, si stabilì negli USA e non risulta  che tornò mai in Italia. Le sue figlie Mary e Nelly, già in età avanzata, fecero una visita a Sorifa negli anni sessanta.  I  parenti raccontano di aver notato che queste donne  parlavano un caratteristico dialetto sorifano, ovviamente appreso dai genitori e che appariva ormai antiquato, in quanto risaliva ai primi del  novecento. Da Mary Henninger e da Angelo Muzi (1925)  sappiamo  che i coniugi  Febo affittavano camere in  Old Forge agli immigrati italiani e  forse per questo molti  sorifani si stabilirono in quella cittadina.
Alessio Leonardi risulta  pervenuto  negli Stati Uniti   il 5 gennaio del 1903 con la nave Palatia, si sposò là con  Santa Animobono ed ebbe figli : Teresita (1911) ,    John  (1913-1936),  Adell e  Kathryn . Non fece più ritorno in Italia.
Un discorso a parte merita Sante Leonardi che, stabilitosi in Pennsylvania, fu il più prolifico poiché  dette origine ad una numerosa progenie, oggi sparsa in tutto il Nordamerica. Egli giunse nel nuovo mondo per la prima volta il 31 ottobre 1895, aveva ventidue anni e viaggiò da solo; era la prima persona nella lista ed era il primo  della fila in attesa di salire a bordo. Così  come  racconta Mary Pientka Henninger : “Young men coming and going several times. My great-grandfather travelled alone on his first voyage. He was 22 years old. He is the first person to be listed. He was the first person standing in line to get on the boat!”
Sante espatriò  la seconda volta  il 7 settembre del 1898 e si trovava in America quando nacque a Sorifa la sua prima figlia Clelia (27 novembre 1998). Sante Leonardi e Maria Armillei (1876-1926), figlia di Giovanni di Sorifa, contrassero matrimonio civile nel municipio di Nocera Umbra, dopo essersi sposati in chiesa,  il 12 febbraio 1898 . In quell’occasione si sposò anche  Carlo Febo con Maria Leonardi, sorella di Sante, e le due coppie agirono da testimoni alternativamente  l’una per altra. Ritornato per la seconda volta, Sante ripartì definitivamente per l’ America con la moglie Maria e la piccola  Clelia nel dicembre del 1899  e sbarcò a New York dalla nave Sempione  l’ 8 gennaio del 1900. Carlo Febo e Maria Leonardi invece  partirono  poco dopo il matrimonio e giunsero a New York il 21 marzo 1898.
             Sante, come la maggior parte degli emigranti italiani, si stabilì nella provincia mineraria di Scranton, fece attività sindacale, partecipando anche alla redazione di un giornale locale. Quando egli venne la prima volta  abitò ad Old Forge, in seguito  la famiglia si stabilì  ad  Hildale presso Wilks-Barre, ma non si sa se ciò avvenne dopo la morte di Sante. Dal figlio di Clelia Leonardi, John Benzi, sappiamo che sua madre ricordava che la famiglia abitò  per un breve periodo anche in Kansas, circa 2000 km lontano da Old Forge.  Risulta che Maria  Armillei la prima volta  fece il viaggio da sola, infatti è la prima persona elencata nella lista ed era quindi la prima persona della fila in attesa di salire a bordo. Sante morì alla giovane età di trentacinque anni, il 3 marzo 1908.  Stava lavorando nelle miniere di carbone quando il gas, che spesso è intrappolato con il carbone sotto terra, esplose. Egli morì diversi giorni dopo a causa di estese ustioni. Questo è il racconto originale della pronipote Mary  : “ He was working in the coal mines when gas, which is often trapped with the coal underground , exploded. He died several days after  as  a result of extensive burns.” La moglie Maria era incinta dell’ultima figlia che fu poi chiamata Santina.
Mary Pientka Henninger
Osserva  Mary : “ I believe that Maria Armillei Leonardi was pregnant with Sadie ( Santina) when he died, as Sadie’s year of birth is 1908 and she is the only child named after Sante.”
Angelo Leonardi, nato nel 1881,  fratello minore di Sante, era  giunto negli Stati  Uniti nell’ anno 1905 ( 25 febbraio 1905, nave Republic). Non ebbe figli e aiutò la cognata Maria dopo la morte del marito; ma un anno dopo, nel 1909, anch'egli , giovanissimo, restò vittima di un incidente di miniera.
I coniugi Sante e Maria negli Stati Uniti ebbero altri sei figli. Gino (1901-1984), conosciuto anche come Gisberto; sposò Isabel Brannigan.
Fiovo (26 giugno 1902 – 6 dicembre 1985), chiamato anche Joe ; sposò Helen Wesolowski, di origine polacca. Egli raccontò che sua madre gli dette questo nome   da un personaggio  di un libro che aveva letto. Forse era sua intenzione chiamarlo Flavio o Fiore, ma  Fiovo era il nome che risultava sui suoi documenti e che lui sempre usò. Spartico (30 ottobre 1903 – 5 maggio 1958) sposato con Margaret Haggerty. Il nome esatto sembra sia questo e non Spartaco; Gugliardo (18 ottobre 1906 – 22 giugno 1977) sposato con Mary Stockunas, fu un pugile. Siccome il suo nome era di difficile pronuncia negli USA, egli combattè  sotto il nome di Gene Baldoni; usò il cognome del suo patrigno per non essere confuso con  suo fratello Gino Leonardi. Zenaida (18 ottobre 1906 - aprile 1989), detta Jenny,  gemella  di Gugliardo, si sposò con Louis Cardoni. Santina (18 ottobre 1908 – 5 settembre 1998) conosciuta anche come Sadie, sposò Fred Wheeler.   

Maria Armillei, rimasta vedova,  si risposò con Nazarene Baldoni, di chiare origini italiane, ed ebbe altri 4 figli: Louise (1910-1975) sposata con Sam Nardone; Ida (1912-1979), sposata con Nicholas Poveromo; Albina (1914) sposata Joseph Damiani; Teclo (1916-1996), sposato con Irene Soblaski. Giuseppe Armillei (1894-1983), figlio di Giovanni di Sorifa, fu in Pennsylvania (Wilkesbarre) come minatore dal 1913 al 1919 e abitò con la sua zia Maria Armillei  per un certo tempo,  come risulta dal censimento riferito all’ anno 1919. Egli, quando era anziano,  talvolta menzionava i cugini americani  Crelia e Spartaco. Nel dopoguerra ricevette spesso pacchi regalo da questi parenti americani. Negli anni ‘70 ricevette anche un’apprezzabile pensione dal governo degli Stati Uniti per la  pneumoconiosi  contratta in miniera  a causa della polvere di carbone.
           Nel  1997, giusto una settimana prima del terremoto del 26 settembre , le due discendenti del  Sante Leonardi, Lorraine Leonardi Pavlovich  e Mary Pientka Henninger, fecero una breve visita a Sorifa per vedere i luoghi di origine dei loro antenati e per incontrare i parenti. Lorraine Leonardi, figlia di Fiovo, sposata Pavlovich, vive in California e in Arizona , è una docente  e un avvocato di fama nazionale, presidente di diverse associazioni ; Mary Pientka sposata Henninger , nata ad Old Forge nel 1954, è  nipote di Fiovo e figlia di Regina  Leonardi, vive a New York, pittrice astrattista  a livello amatoriale. Ricorda con piacere l’odore del pane che sua madre  ancora cuoceva in casa  secondo l’ uso italiano . Ha molto interesse per la storia e le tradizioni del paese d’origine dei suoi bisnonni ed ha curato una ricerca  genealogica della famiglia Leonardi.  Suo padre, Antony Pientka, ancora vivente ( nel 2003) è di origine polacca , come anche una sua nonna, e  perciò Mary segue ricerche genealogiche anche nella regione di Cracovia. Nell’anno 2000 le numerose famiglie discendenti dei Leonardi   di Sorifa hanno avuto un meeting panamericano in Pennsylvania.


( By Pietro Nati /2003 )













                                           








martedì 11 aprile 2017

Memorie di un giovane emigrante




Questa è la storia di un giovane emigrante di Sorifa che s'imbarcò per l’Argentina ad appena diciotto anni.  Andrea Leonardi è nato nell’anno 1933, da Rinaldo e Assunta Antonelli, la quale poi morì a causa di un altro parto. Il sogno del ragazzo, che non era nato per fare il contadino, era quello di poter studiare e conseguire un diploma tecnico, poiché era appassionato in modo particolare di meccanica. Alcune circostanze avverse o forse il destino determinarono invece che egli diventasse un “povero emigrante”, così come egli ebbe a definirsi. Fece il cameriere e l’operaio generico in Argentina e poi per diversi anni in Francia  nelle fonderie , prima  di potersi stabilire nell’amata capitale  della  “madrepatria” .
Qui vogliamo raccontare la sua avventura nell’emisfero sud del mondo che per alcuni aspetti è commovente e divertente nello stesso tempo. Dunque, sembrava  che suo padre avesse acconsentito di farlo proseguire con gli studi, seppur  in ritardo, ma poi forse per complicati problemi familiari, fu deciso che questo ragazzo partisse per l’ Argentina. Nel dopoguerra questo paese esercitava ancora una buona attrazione per chi voleva emigrare, specialmente per gli italiani del nord-ovest (piemontesi e liguri ), infatti anche da Nocera partirono diverse famiglie .
            Ora proviamo a immaginare le impressioni di questo ragazzo, che abita in un paese di montagna, povero come'è povera quasi tutta l’ Italia dei primi anni 50, un paese che vive di agricoltura, dove transita una autovettura al giorno, cioè solo  la corriera o la macchina del medico, in un paese dove non esiste una radio tranne che quella del parroco, dove il treno non passa e la  bicicletta e il carro agricolo sono ancora  i mezzi più usati.
Immaginiamo questo giovane che fa un lungo viaggio in treno, che si trova davanti all'imponente visione del porto di Genova, con i grandi transatlantici e petroliere. Certo, non è questo un fatto nuovo e inusuale, infatti, già alla fine dell’ ottocento molta gente del suo paese in cerca di pane e lavoro, più che di sogni di ricchezza, si era imbarcato a Genova o a Napoli per approdare nelle Americhe.  Tra questi qualcuno ritornò in patria con qualche risparmio, qualcuno vi si stabilì, qualcuno vi fece fortuna o successo. Ma questo avvenne solo nel Nordamerica, mentre il Sudamerica e specialmente l’Argentina  poteva offrire ben poco.
Andrea sulla bici con Silvano
Il caso di Andrea è un po’ diverso. Egli aveva altre aspettative qui in patria, e non sapeva neanche esattamente perché partiva o dovesse partire, era per lui quasi un salto nel buio. La preparazione dei documenti per espatriare fu lunga e complicata. Due volte dovette andare al consolato argentino a Roma, e una volta a Genova per prendere accordi con la compagnia di navigazione. Siccome Andrea era minorenne, non poteva viaggiare ed espatriare se non accompagnato da un famigliare o persona adulta che se ne facesse garante. Questa persona la trovò proprio nel suo paese, il quarantaduenne Michele Leonardi che era cognato di un suo zio paterno.  Michele era in procinto di partire per l’Argentina, su richiesta dello zio anzidetto (Lorenzo Leonardi, detto Dirice). Andrea si accodò al parente e amico di famiglia anche per sbrigare le pratiche per l’emigrazione. Siccome Michele non aveva figli e portava lo stesso cognome di Andrea, all’occorrenza, avrebbe perfino potuto dichiarare che questi era il suo figlio adottivo.
            Al porto di Genova furono accompagnati dal padre di Andrea (Rinaldo) e dal fratello di Michele anch'egli di nome Rinaldo. S’imbarcarono sulla nave Santa Cruz (Santa Croce) di bandiera argentina alle 4 del pomeriggio. Andrea non precisa la data esatta, ma doveva essere l’estate del 1951.  All’alba del giorno dopo la nave fece scalo a Barcellona, dove vennero  imbarcate merci e molti giovani spagnoli diretti in  Argentina. Dopo due giorni passarono lo stretto di Gibilterra e Andrea, vedendo scomparire l’Europa dalla sua vista, già cominciò  a sentire la nostalgia del suo paese. Fu a questo punto che si rese conto che l’Argentina era troppo, infinitamente lontana, quasi dall’altra parte del mondo. Dopo altri quattro giorni giunsero a Dakar, capitale del Senegal.  Dice Andrea: “Io i neri li avevo già visti nel mio paese, gli afro-americani durante la guerra in Italia, ma questi non erano così neri come i neri  d’ Africa” . Approfittò della sosta per fare una passeggiata nel continente nero fino alla città che non è molto distante dal porto. C’era una marea di africani ragazzi e adulti che si ammassava intorno ai viaggiatori per vendere le loro povere merci. Andrea notò che le luci pubbliche erano tutte gialle, come poi così le vide anni dopo anche in Francia; davano la sensazione che tutti gli uomini fossero dello stesso colore, cioè neri. Michele ridendoci osservò che questo lo facevano di proposito affinché tutti gli uomini apparissero neri.
            Nell’attraversare l’equatore si prepararono per l’abituale festa, ma quella notte il mare cominciò ad agitarsi notevolmente e durò fino a quando giunsero nella baia di Rio di Janeiro. Da Dakar a Rio undici giorni di navigazione. Rio de Janeiro apparve ad Andrea come una meraviglia, il luogo più affascinante del mondo. Osserva che a settembre (dunque ai tropici fine stagione invernale) la spiaggia di Copacabana era già piena di bagnanti.  Qui sostarono  una giornata e la stessa notte toccarono la città di  Santos, il porto di San Paolo, da dove si potevano scorgere i grattacieli della  grande metropoli.  Dice Andrea che fecero una grande abbuffata di banane, che per la verità non gli piacquero molto e “ per la prima volta vidi un nero che dava ordini ad un bianco.”
            Da Santos la nave giunse a Montevideo e qui ebbero la possibilità di fare un piccolo giro nella città. “ Dopo Montevideo ci rinchiusero in una stanza e ci dissero che al porto di Buenos Aires doveva venirci a prelevare il nostro richiedente; diversamente ci avrebbero ricondotto in patria e avremmo dovuto pagarci il viaggio di ritorno”.   Attraversarono il Rio de la Plata, ampio come un lago, con  impazienza,  e  quindi nella sera   cominciarono a scorgere  le luci di Buenos Aires. Furono fatti sbarcare e Andrea fu chiuso con altri in un grande locale in attesa della persona che venisse a prelevarlo. Infatti, alle due di notte vennero l’accompagnatore Michele e lo zio d’Argentina Lorenzo. Pernottarono in una piccola pensione gestita da piemontesi, dove quasi tutti i clienti erano italiani. Pochi giorni dopo Andrea andò a lavorare presso quel proprietario nella città balneare di Mar del Plata, dove questi possedeva anche un’altra pensione. In questa città per la prima volta mangiò i ravioli che non aveva mai conosciuto.
            Qui avvenne un fatto importante: in quel periodo fu ospite dell’albergo nientedimeno che una segretaria di Evita Duarte Peron, l’influente consorte del presidente argentino Juan Domingo  Peron.  La proprietaria dell’albergo parlò con questa segretaria del problema del giovane emigrante che soffriva di forte nostalgia e che non aveva la possibilità di far ritorno in patria.  La segretaria promise che ne avrebbe parlato a Evita, che certamente avrebbe fatto in modo di farlo  imbarcare  su una nave nazionale  che faceva la spola tra  Argentina ed Italia . Non se ne fece niente perché Evita poco tempo dopo si ammalò gravemente e morì nel mese di luglio del  1952. In seguito, Andrea andò a lavorare a Buenos Aires in un altro albergo i cui proprietari erano anch’essi piemontesi, e poi a Cordova in una piccola officina metalmeccanica che produceva pezzi di carrozzeria per la locale fabbrica della Mercedes. Qui a Cordova si trovava anche il compaesano Marsilio Mingarelli di Sorifa. Andrea cercò invano lavoro anche nella cittadina di Casilda (provincia di Santa Fè) con l’aiuto dello zio Lorenzo e del cugino Ennio Leonardi che là possedevano una piccola azienda agricola.
             L’obiettivo di Andrea era di guadagnare e mettere da parte una somma di denaro sufficiente per pagarsi il viaggio di  ritorno in Italia. Ma passavano i mesi e anche gli anni senza poter riuscire ad accumulare il denaro sufficiente per il  biglietto, perché i prezzi aumentavano vertiginosamente. Come egli racconta: “L’inflazione correva più veloce di me !” Purtroppo avvenne anche che fece un prestito ad un amico motociclista e perse definitivamente la somma di 1500 pesos che aveva saggiamente accumulato.  Aveva deciso di restare in Argentina solo pochi mesi, il tempo necessario per guadagnarsi il biglietto di ritorno. Erano passati ben tre anni, siamo alla fine del 1954, e il giovane emigrante non poteva ancora permettersi di tornare al suo paese. Come egli racconta, avvenne un fatto provvidenziale. Infatti, un cugino della sua defunta madre, con opportuni argomenti, fece un chiaro discorso a Rinaldo, padre di Andrea, in questi termini: “Vendi una vacca e fai tornare a casa quel ragazzo!” Rinaldo fece proprio così, e poi   si recò a Perugia presso un’agenzia che  provvedette a far  pervenire il biglietto di ritorno ad Andrea.
             Nel gennaio del 1955 Andrea sbarcò a Genova.  Dopo pochi mesi nel suo paese sperimentò ancora che proprio  non era tagliato per il  mestiere di agricoltore. Partì per il servizio militare e tentò inutilmente la carriera di sottufficiale nell’esercito. Decise quindi di espatriare di nuovo, questa volta in Australia, ma non ve ne fu la possibilità.  Apparve invece la possibilità di emigrare in Francia. Così fece, trovò occupazione in una delle molte fabbriche metallurgiche a Longvy, dove restò diversi anni. Si sposò con una ragazza umbra e la nacquero i suoi due figli Maurice e Rose-Anna. Nei primi anni settanta rientrò in Italia con tutta la famiglia avendo trovato un’occupazione più agevole a Roma.
             La permanenza del giovane Andrea in Argentina fu certamente un’esperienza difficile, ma in certo modo anche un’avventura piacevole ed emozionante. Ebbe modo di vedere grandi città, grandi paesaggi, come  le sconfinate pianure della Pampa. Ebbe perfino, e più di una volta, la grande emozione di volare su piccoli aerei e poter ammirare dall’alto la vasta città di Buenos Aires, la cittadina di Casilda, e l’imponente Sierra de Cordoba che gli fece ricordare le sue montagne. Una volta volò con il marito della sua cugina Dina Leonardi, il quale possedeva un piccolo aereo che usava per il trasporto di turisti e per il lancio di volantini pubblicitari. Era a Casilda con il cugino Ennio detto Leni quando udì da questi la curiosa espressione usata per incitare il cavallo: Alè  Chiche, allarga il passo !” Stranezze delle lingue.  Michele ebbe a osservare: “ Mi dà l’impressione che questi parlano come i figli piccoli “. Evidentemente così suonò alle orecchie di Michele la lingua spagnola parlata in Argentina appena giunto in quel paese.
            Andrea racconta di un compaesano che lavorava nell’imbottigliamento del vino di marca Toro a Mar del Plata: si trattava di Bino Ansuini (1921) di Le Prata, anche lui emigrato in quel paese pochi anni prima. Bino, avendo anch'egli costatato le magre possibilità offerte da quel paese, riuscì a rimpatriare con la sua numerosa famiglia alla fine degli anni Sessanta. Durante il viaggio di ritorno per mare, Andrea, poté rivedere le stesse città, Montevideo, Santos, Rio de Janeiro. La nave fece scalo anche alle isole Canarie; Andrea non sapeva se fosse in una terra europea o africana, ma già si sentiva quasi a casa. Nel porto di quelle isole ebbe occasione anche di prendere una sonora fregatura.  Si ricordò del fratello Ezio rimasto in Italia e pensò di portargli un piccolo regalo. Da un venditore del porto acquistò un bell’orologio che poi sulla nave mostrava con compiacimento. Un compagno di viaggio gli fece notare che era falso, infatti, apertolo, vide che all’interno mancava del tutto il meccanismo. Il venditore era un italiano e anche il prodotto proveniva dall’Italia.

             Andrea Leonardi aveva iniziato nell’anno 2008 a scrivere, con l’uso del computer, le sue memorie di emigrante, diciotto pagine dense, ma poi il lavoro fu interrotto  a causa di una grave malattia  che tuttora (2015) l’ affligge. Fino a pochi anni fa possedeva una'eccezionale memoria, parlava bene il francese, ricordava ancora il castegiano (lo spagnolo d’Argentina). Questo breve racconto è attinto principalmente dalle sue memorie orali e dal suo scritto originale.